ORRORI ITALIANI: SANREMO 2009 Un paese di negozi di Tagliato ai Capelli
di Flabbio
Alcuni anziani ricordano ancora la figura antica del barbiere, come appariva un tempo. Barbieri e parrucchieri d’ un tempo gorgheggiavano “Parlami d’ amore Mariù” con quel piglio malinconico-mediterraneo che accompagnava le monotone ma trafficate giornate di questi operatori del capello. Alcuni erano molto dotati nel canto. Mio nonno mi conferma che nella mia città natale ce n’ era uno che cantava “come Claudio Villa”, e che “pure lui era del PC”, nonostante “la maggior parte erano democristiani”. Ovviamente, mio nonno non si interroga più di tanto sul perché i barbieri, oltre a essere diventati nel tempo i massimi esperti mondiali di calcio e politica in Italia, abbiano oggi compiuto una metamorfosi tale da vincere manifestazioni canore. Io però me lo chiedo. Marco Carta, ex parrucchiere cagliaritano, classe ’85, giunto alla ribalta con Amici di Maria De Filippi, si è aggiudicato quest’ anno la Massima Tenzone Italiana della Musica per Cefalopodi, il Festival di Sanremo.
D’ altronde, è perfetto. Quel mostriciattolo non è un cantante. E’ l’ idea che di un cantante ha un parrucchiere gay.
Qualcuno ha anche osato protestare dalle pagine della stampa ufficiale, anche in seguito all’ immediata eliminazione degli Afterhours: “Non ha vinto la qualità. Il pubblico ha premiato la superficialità”. Oh. Davvero? Ma dai. Che strano. Ancora più strano il fatto che il televoto da casa tramite SMS sia stato –curiosamente- monopolizzato da ragazzine tra i 10 e i 25 anni che da quando hanno abbandonato il vasino hanno abbracciato la filosofia d’ esistenza dell’ Italia Sul Due. Manuel Agnelli e i suoi si sono presentati con una canzone di merda (oggettivamente), che voleva essere “sentita” e voleva mandare un “messaggio”. Ah. Ah. Ah. Cioè, alla loro buona fede ci credo anche, ma vai a cagare. Vuoi far riflettere dal Palco di Sanremo? Però due lance in favore dei Milanesi le posso spezzare. Una per aver sfruttato la paraculata per produrre un album (probabilmente inutile, ma chissà) che raccoglie artisti italiani meno noti di cui alcuni validi, e l’ altra per una dichiarazione al Tg3 in cui, alla domanda se fossero delusi per l’ eliminazione, ha risposto pressappoco: “Ma è normale, e poi è anche colpa vostra, cioè, dei media. Se due generazioni vengono esposte a trent’ anni di questa robaccia, poi cosa credete che cerchino nella musica o nella televisione?”. So easy.
Tante di più sono le lance che vorrei spezzare SU Marco Carta (o DENTRO Marco Carta). Alcuni di voi avranno forse sentito l’ ultimo album di Elio e Le Storie Tese. C’è un pezzo di parlato che sembra cucito su misura, anche se risalente un anno prima. E’ un giovane calabrese che elogia le qualità dell’ Università Artistica di Cosenza, salvo poi incupirsi e rivelare che in realtà avrebbe voluto fare il parrucchiere, che avrebbe voluto un “negozio di tagliato ai capelli”. Infatti. Non vedo l’ ora di scoprire che tipo di attività Marco Carta aprirà coi soldi fatti finora e quelli che farà prossimamente, quando tra un paio d’ anni non se lo inculerà nessuno neanche per i compleanni. I più attenti di voi ricorderanno che già l’ anno scorso, il nostro ex-monumento redazionale ai caduti che oggi ritorna ufficialmente in famiglia, Chippy Bones, aveva già smembrato con una motosega il lugubre rituale ligure della canzonetta. E non solo. Chippy si spinse, con piglio profetico, ad annunciare per l’ edizione 2009 la partecipazione del figlio di Red Canzian. E se c’è qualcosa che questo paese ti insegna e che a profetizzare merda ci si becca quasi sempre. Infatti ecco prontamente giungere dalle nebbie Chiara Canzian con “Prova a dire il mio nome”. Non vedo perché dovrebbe risultare così difficile. Chiara Canzian. Ecco. Era più difficile Red Canzian, se vogliamo, che sembra un suono uscito dal Signore Degli Anelli. La canzone, e soprattutto il modo di cantare, poi, mi ricordano molto un attacco epilettico di una prostituta di Pomigliano d’ Arco mentre sta ricevendo il Baobab di un Congolese nel deretano (se vi sembra eccessivo, vi invito ad ascoltarla su youtube; ma tenete il volume basso e allontanate da voi gli oggetti a punta). Il disgusto che questa canzone può provocare la avvicina al chinino. Meno male che poi arriva in duetto Vecchioni, che con questa nuova iniziativa artistica si è rifatto il tetto della casa in campagna che era un po’ marcio (come dargli torto?). Simbolo di un Sanremo che è parentale, nepotistico e squallido –speculare alla politica-, Chiara Canzian non è sola nell’ obbrobrio. I tre finalisti la superano tutti e tre: Povia, Marco Carta e Sal Da Vinci (Sal Da Vinci? Cos’è? Un dopobarba?) Un mentecatto, un parrucchiere e un mafioso ricchione. Così, all’ apparenza, non nel dettaglio (chi cazzo li vuole conoscere ‘sti personaggi? Se volete saperne di più su di loro, fatevi l’ articolo voi che a me mi fa schifo). Bella Trinità. Soprattutto Povia, che è il classico ragazzetto tranquillino che in prima liceo ha preso tonnellate di calci nei coglioni, le quali si sono purtroppo rivelate insufficienti. Il suo contorto e freudiano slancio romantico nei confronti di un gay che “guarisce” avrebbe del tenero, se l’ avessero scritta Roberto Fiore o Padre Amorth. Invece, se avete osservato (come me) le espressioni facciali di coloro che l’ hanno visto eseguire il pezzo dal vivo, avrete notato che questi assumono un’ espressione incredibilmente obliqua e allibita, come se davanti ai loro occhi il Gabibbo si stesse scopando un gatto che contemporaneamente fa un pompino a un Ken il Guerriero vestito da ballerina flamenco. O una cosa così. Insomma, inspiegabile. Forse Povia dovrebbe essere paracadutato nel Darfur a restituire l’ assegno di beneficienza che si è intascato (sic). Lì forse troverebbe qualcuno che gli darebbe un’ idea di che cos’è davvero un’ inversione sessuale. Il giorno prima del festival, Repubblica ha pubblicato un articolo in cui Povia si diceva “contento delle reazioni perché lui si sente un provocatore” (…); in più si suggeriva che Povia “era stato lapidario” nel respingere le critiche. Per non parlare di quella puttanata dei cartelli sul palco (“Ci prendiamo troppo sul serio”, ossia “Non prendetevela con me, sono solo un mollusco”). Davvero, credo che Povia non esista. Cioè, esiste un corpo fisico e un corpus/opus a cui viene attribuita l'' etichetta "Povia", ma sono convinto che Povia sia, in realtà, una serie di Slide di Powerpoint racchiuse in una pen-drive custodita in un caveau di Militia Christi, attualmente interpretate da un cantante di Piano Bar di nome Ciro con una forma precoce di sifilide degenerativa. A Povia piace provocare, va bene, certo, sono tutt'' orecchi (che schifo essere fatti di orecchie, specie se ti trovi nelle vicinanze di Povia), ma mi chiedo allora perché egli si rechi a una manifestazione canora in cui una delle calamite dell'' audience sono due modelle ritardate su cui ferve sempre il dibattito su quale sia quella a cui meglio riesci a scorgere le ovaie guardando il televisore dalla diagonale del tappeto.
Nel futuro che voglio io, “Povia è stato lapidario” sarà da considerarsi un refuso in un articolo di cronaca giudiziaria.
Impossibile incaponirsi ancora a descrivere sino a che punto il Festival di Sanremo appaia come una via di mezzo tra una lobotomia di massa eseguita con un cacciavite e un circo Barnum di freaks. Potete andarvi a rileggere l’ articolo di Chippy.
No, non proseguirò sulla stessa linea. Quello che mi preme sottolineare, hic et nunc, è la sostanziale alterità dell’ edizione 2009. Mi pare infatti che mai come quest’ anno la Direzione Artistica di Bonolis, quell’ inguaribile fettuccina che come la condisci è sempre buona, abbia tentato davvero il tutto per tutto. Riuscendovi, peraltro. Bonolis ha composto e armato un fuoco di fila come non mai, non facendo l’ errore mediatico di settorializzarsi sulle casalinghe di Voghera (come invece preferiva fare quell’ eminenza democristiana di Baudo). Lui, da quasi giovane alfiere dell’ uomo qualcuno, ha cercato di riempire ogni vuoto, di compiacere ogni nicchia, di spolverare ogni rimasuglio mediatico utile senza ignorarne nessuno. Ha sedotto i Guelfi e blandito i Ghibellini, portando in dono Audience, argento e mirra ai Re. E’ insomma riuscito a realizzare La Paraculata Finale. E tutti a complimentarsi. Dibattiti sul compenso di Benigni (cosa cazzo se ne farà di 350''000 euro di diritti sull’ archivio RAI non è ancora dato saperlo) -un Benigni tagliente come un Pippo Franco d’ antan-, dibattiti sull’ omosessualità, sulla cultura di massa, sull’ attendibilità del televoto e anche un inspiegabile Kevin Spacey messo lì così, a respirare aria senza particolare scopo. Mancava il papa nudo a suonare “Chattanooga choo choo” con il banjo e c’ eravamo. Poche le diatribe sulle anonime veline e tanta grande sensibilità verso il pubblico italiano il quale, grato, ricompensa con quintali di televoto che premia infine il suddetto parrucchiere.
Mai visto quell’ aborto di Fabrizio Del noce così contento dal giorno in cui a scoperto che lo sperma si poteva anche sputare nel lavandino.
Apparente vendetta, quindi, dei vertici Rai che respingono le accuse di incapacità e di passatismo che ricevano da circa trent’ anni. E’ bello sapere che riuscire a confezionare la più appariscente delle merde di vacca e riuscire a farla contemplare da venti milioni di persone sia considerato “qualità dello spettacolo”. Sarebbe come a dire che un rapporto amoroso è tanto più intimo e sexy quante più persone si uniscono al Bukkake. La capacità di coinvolgere molluschi in una pratica sociale aggregante come la corrente del golfo pare sia il massimo cui si può aspirare. Bene. Però io, se le cose stanno così, avrei idee migliori. E lo share potrei farlo lievitare come l’ ego di Benigni o la prostata torturata di Del Noce.
Primo: dove sono Erika e Omar? Tarek Azouz? La Franzoni? Sono loro gli eroi della società civile. Loro detengono lo scettro della fascinazione. Sarebbero i valletti perfetti. Rappresentano un’ Italia numerosa e purtroppo ancora lontana dalle luci della ribalta (luci “morali”, ovviamente –tutte le altre li hanno quasi ustionati). Sono personaggi un po’ out, che hanno ancora il biasimo delle famiglie italiane. Immeritatamente. Hanno svecchiato il sistema degli omicidi casalinghi. Lasciarli a casa (in galera, cioè) è stato un errore. Si poteva noleggiare dei neonati Rom e farli sgozzare da Raffaele Sollecito con Mina a cantare in background “Tu scendi dalle stelle”. Ma che ve le devo dire io queste cose?
Secondo: Il pubblico da casa. Esiste? Io lo soppianterei con il pubblico “intorno”. Ossia, chi vuole votare per il festival, deve fisicamente trovarsi entro 5 Km dal Teatro Ariston. E qui sì, che mi diventerebbe divertente. Specie se al “Via il televoto” si sguinzagliassero tra la folla dei cocainomani violenti con gravi disturbi del sonno armati di pinze pagati per riportare sul palco il numero maggiore possibile di unghie umane. Vuoi contare? Rischia. Meritatelo.
Terzo: La giuria. La giuria avrebbe potuto essere composta esclusivamente da parlamentari. Che votavano col sistema dei pianisti. Con La Russa autorizzato a sparare al notaio. Sai le polemiche? Vivacità, occhio clinico per lo spettacolo. Senza contare il risparmio. Tg Parlamento avrebbe potuto dimezzare l’ organico utilizzando materiale di repertorio.
Quarto: I cantanti. Le Bestie di Satana devono avere un gruppo Death Metal da qualche parte, no? Dove sono? Facciamoli suonare. Perché portare ancora Al Bano? Basterebbe portare gli articoli che parlano della figlia morta. Fai lo stesso share e non lo devi pagare. Perché deve cantare UNA SOLA TIPOLOGIA di minorati? Prendiamone qualcuno dalle case di cura, qualcuno dalle case famiglia, qualche altro dalla Caritas. Non tutti dalla SIAE, via.
Quinto: il politically correct non aumenta gli ascolti. La canzone di Povia avrebbe dovuto chiamarsi “Luca era frocio”, oppure “Luca beveva la colla dal randello, ma ora tié”. Grillini e l’ arcigay avrebbero portato i loro tutti vestiti da Drag Queen col machete. La polizia sarebbe dovuta intervenire dopo i primi dieci secondi. Materiale d’ oro. Drag Queen assetate di sangue contro polizia antisommossa. Povia impalato sulla pubblica piazza. Con la possibilità di scommettere da casa. Alla Snai sarebbero saltati i computer.
Sesto: Gli ospiti. E Hu Jin-Tao? E il Dalai Lama? Costano troppo? Ma suvvia. Io avrei chiamato Ariel Sharon. Avrebbe detto cose più interessanti di Kevin Spacey. E –ricordo- Sharon è in coma. E perché nessuno a pensato a Cesare Battisti? Attualità! L’ esperienza di Bonolis a “Il senso della vita” poteva essere utilizzata meglio. Invitare Battisti e dei terroristi di Ordine Nuovo e intervistarli su un ring con la Marcuzzi seminuda che passa ostentando un cartello con su scritto “Domanda n° X” sarebbe stato emozionante. E più in linea con lo spirito dei tempi (l’ ha fatto anche Piroso a “Qualcosa di Personale” con Franceschini [non quello cattofascista del PD, quello fascista-fascista dei seventies], ma senza la Marcuzzi NdR) .
Settimo: La satira. Benigni? Benigni sta oggigiorno alla satira come Asia Argento sta al pudore. Benigni che va a declamare Dante alla CEI. Benigni che prende in braccio Mastella. Benigni e il suo amore universale. Come Asia Argento. Benigni non lecca ancora i cani, ma il suo francescanesimo d’ accatto presto lo dovrebbe portare -entro un paio d’ anni, credo- a masturbare canarini. La prossima volta, propongo che Panariello scriva dei testi satirici, da affidarsi poi ad Asia Argento che li reciti infilandosi fiori sanremesi nei buchi. Oppure canarini (“Pio! Pio! Cip! Ci”…Sguisch! …Glub…). Chi oserebbe cambiare canale? Oh, io no di certo.
Ma di satira, al Festival di Sanremo, non c’è alcun bisogno. La satira vivifica. La satira bisogna meritarla. No, proprio no. Se vivessimo in un posto appena decente, il Festival di Sanremo SAREBBE la satira. E punto.