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EXTRA
ORRORI ITALIANI: X-FACTOR
CORPORATE LITTLE BITCHES
di Flabbio
“Ball-less, soul-less, spiritless corporate little bitches
suckers of satan’s cock,
each and every one of them”


Bill Hicks sui cantanti pop americani pro-establishment, 1989


Se dovessi scrivere, dio non voglia, un saggio dall'' ipotetico titolo "Depauperamento delle strutture culturali e mignotte di regime” , o qualcosa del genere (ce ne sono già centinaia, e sono quasi tutti più tristi degli oggetti della loro critica), sarebbe quasi inevitabile citare tutti, o quasi tutti, i carrozzoni mediatici che questo nostro povero, poverissimo, stremato paese getta nella mischia del marketing e del circo dell'' auditel, con risultati talmente patetici da risultare (squisito ossimoro tutto contemporaneo) vincenti, e soprattutto, paganti.
Il passo successivo sarebbe, credo, tentare di categorizzarli secondo moduli semplici.

X-Factor dovrebbe in questo caso, rientrare in una macrocategoria denominata "Format Musicale", o più semplicemente "Musica".
Ma si può davvero operare questo distinguo a cuor leggero? Vediamo meglio: cos'' è X-Factor? Alcuni di voi, quelli che stanno pensando "una merda", vanno a istinto, a pelle, o magari hanno intravisto da qualche parte una scenetta in cui l’ ex-Bluvertigo Morgan -sempre più simile a Katia Ricciarelli ma senza averne l’ integrità morale- mandava a fare in culo con tutte le parti del corpo tranne la bocca una Simona Ventura sempre più in menopausa -e ne sono usciti raccapricciati; ma poi non hanno approfondito. Non si sono addentrati nell'' analisi empirica del format, non ne hanno sondato le vie di fuga e gli aspetti qualitativi, non ne hanno notato la freschezza e i risvolti positivi sulla scena mediatica italiana. Non si fa. Nonnò. Il nostro clima culturale, finalmente e saldamente pietrificato nell'' unicuique suum, ossia "tutto è equivalente a tutto, e tutto va bene e fa brodo se piace e se va quando piace e quando va, e se non ti va bene sei tu che non vai", rifiuta questa snobistica, ideologica, aprioristica e presuntuosa presa di posizione da intellettualoidi o artisti falliti e/o gelosi. Non si può. Bisogna documentarsi, e soprattutto, documentarsi al fine di apprezzare e convenire.
Beh, io non avevo mai visto una sola puntata di questo programma –che A POSTERIORI (notare bene, dopo averne visto, purtroppo, decine di estratti) definirò così, a grandi linee, un programma fasullo, esclusivamente commerciale, sedazionista e reazionario in excelsis deo, rivolto principalmente a mongoloidi che hanno sentito in tutta la loro vita quattro gruppi e cinquemila tonnellate di radio hit. Ma ho dovuto farlo per scrivere questo articolo per voi. E ho dovuto farlo, oltretutto, ricomponendo mentalmente il programma tramite frammenti di youtube, tentando di contestualizzarli. Ergo, vi odio.

Ma tornando al fremente punto della critica dell’ attuale (da questo momento –preparatevi- perché potrei abbandonare il lessico lievemente accademico e diventare triviale), ci si imbatte in questo assioma:
Non si può più dare alle cose i loro nomi, perché oramai quei nomi/definizioni suonano immediatamente ideologici. Tipo:

MarcoCastoldiinarteMorgan = Sfiancante parodia circense di un coglione, utile idiota- mica si potrebbe scrivere. Se non su Novamuzique, forse (spero).

Simona Ventura = Insopportabile troia di regime da eliminare fisicamente, nemmeno.

C'' è il rischio che qualcuno ti denunci, ti trascini in un dibattito pubblico, ti faccia alzare lo share di qualche trasmissione e ti renda ricco e famoso, quel tanto che basta a farti passare dall'' altra parte della barricata a titolo di volgare venduto che vuole attirare consensi con la critica irrazionale a senso unico.
Ma Sgarbi esiste già, quindi passeremo oltre gli insulti diretti e gratuiti (per quanto liberatori essi possano risultare). Noi, in questa sede, eviteremo questa trappola scontata, e ribadiremo che Simona Ventura non è affatto, dio ce ne scampi, una troia di regime da eliminare fisicamente, ma una conduttrice oggettivamente amata da gran parte del pubblico. E aggiungeremo che Marco Castoldi non è affatto un coglione/utile idiota, ma un artista colto e raffinato, che per le sue ampie vedute e la sua lungimiranza d'' analisi si è aperto con spirito ermeneutico al mainstream (ancor più di prima, se possibile), per nobilitare iniziative musicali nascoste che meritano di essere conosciute dal suddetto grande pubblico (quando potremo chiamarlo liberamente “glande pubblico”?). Premio per il vincitore: un sapido contratto discografico da 300''000 euro.
Mgr. ‘ouff. Gn.
Scusate, era un piccolo ictus. Torniamo alla categoria "Musica". La musica è una successione di note, come potrebbe dirvi -non so- un barista. Oppure, la musica è -specialmente in ambito postmoderno- un insieme di note e/o rumori disposti secondo sequenze mentali più o meno ordinate, come potrebbe dirvi un barista molto pedante.
Quindi, X-Factor propone della "musica", così, in generale, come un emporio cinese ti vende gli abiti, o un edicola i libri ei giornali. Senza impelagarci oltre nella disamina degli aspetti filosofici, passiamo a esaminare il punto chiave, e cioè CHI SONO i GARANTI della qualità di quello che potremmo vedere e ascoltare a X-Factor.

Passando oltre le prime selezioni, probabilmente strutturate a "imbuto" da produttori e autori televisivi quotidianamente afflitti dalla scadenza del bollo della macchina o dal processo per detenzione di materiale pedopornografico ("Era per un format", sarà -tra qualche anno- la difesa d'' ufficio), arriviamo ai
tre veri "giudici" e "garanti" dei contenuti musicali. Essi rispondono ai nomi di:

Marco Castoldi, appunto (detto -da sé stesso- Morgan, ex-Bluvertigo), Simona Ventura (Detentrice di dischi quali basi per pistone di bamba, forse, non mi spiego altrimenti la sua presenza) e Mara Maionchi (Talent scout e produttrice, colei che ha scoperto -grazie dal cuore, Mara- Tiziano
Ferro).

Ora, ovviamente dalla Rai non si pretendeva l''assunzione di Bruno Dorella, Aphex Twin e Henry Rollins (ehi, ragazzi, è la Rai! E'' Rai2! E'' Marano! Suvvia, non sanno neanche come si chiamano quei quattro di Liverpool che stavano nel campo di fragole
per sempre, in compagnia del loro amico Hoffmann), ma mi si dovrebbe spiegare il perché di questa scelta. Cioè, no, davvero. Perché? Avrei potuto capire Morgan, il battiatista avant-pop-al-riscoss che fa tanto gggggggiovane ed eclettico artista-intellettuale (tra l’ altro, nonostante la capigliatura da escort di Broadway, tiene quarant’ anni), uno a cui il tempo presente sta come una Lacoste su un avvocato, ma Simona Ventura? Simona Ventura che c'' entrerebbe con la Musica? Perché è addirittura "capitana" di una delle tre squadre di "artisti" in gara? La risposta è la solita, ed è triste e banale come un albero di natale morto. Auditel. Un’ entità, l’ Auditel, avvolta tra l’ altro da fitto mistero e da sussurri di complotto (se volete divertirvi andate a leggere "La favola dell'' Auditel" di Roberta Gisotti, Ed. Riuniti, 2002, o cercatene gli estratti su megachip.info e disinformazione.it).
A quei commentatori, pubblici e privati, che difendono questi personaggi e questi programmi degni solo del TSO adducendo le mille varietà e possibilità d’ esistenza dell’ “arte”, basterebbe ricordare che se le scelte interne di un format vengono effettuate in base a criteri di rastrellamento share e commesse pubblicitarie, la musica non c’ entra più niente.

La musica, in questo patetico balocco televisivo 2.0, non è ovviamente il fine. E’ il mezzo. Il fine è la concorrenzialità del palinsesto (ridicola, come si
è visto dallo share medio del 2009) e il conseguente indotto pubblicitario (di cui gran parte -come fosse una sorpresa- pare passi comunque da Publitalia, e quindi dalle mani Nano). Il tutto su una rete che dovrebbe essere di servizio pubblico.
E Mara Maionchi? Non ne abbiamo abbastanza di vecchie e racchie Wanne Marchi che pontificano in televisione? Mara Maionchi sarebbe un giurato di livello e una guida musicale esperta perché ha scoperto Tiziano Ferro? Sarebbe come venire eletti sindaco dell'' Africa perché si possiede un'' azienda di tramezzini (non è detto che non succeda, in effetti).
O diventare primo ministro di una repubblica perché si ha un’ azienda televisiva e tutti gli avversari sono in quel momento in galera o ci stanno andando.
Cristo. Ti immagini?

Dimenticavo il presentatore. E’ Francesco Facchinetti. Dj Francesco. Il figlio dei Pooh per partenogenesi. Aldo Grasso, in una sua critica (impietosa) di X-Factor su Corriere.tv, l’ ha definito “Non […] un presentatore, [ma] una proiezione fantasmatica di Simona Ventura…”. Sparare sulla Croce Rossa va bene, ma infierire su Dj Francesco equivarrebbe al fosforo bianco. E tanto non capirebbe.

Poi scopri che ha vinto Matteo Becucci. Esatto: chi è Matteo Becucci? L’ unica risposta disponibile, ad oggi, è che Matteo Becucci è Matteo Becucci, quello che ha vinto X-Factor. Matteo Becucci non è altro che un povero Massimo Di Cataldo qualsiasi, con una voce forse migliore. Nient’ altro. Una triste e povera creatura, in realtà incolpevole, condannata a ricordare quest’ anno come uno dei più importanti della sua vita. Spero per lui di sbagliarmi, ma 300''000 euro di contratto discografico è un budget un po’ sovrastimato, per cantare nei ristoranti della riviera amalfitana (ricordiamo che Marco Carta, vincitore dei ben più blasonati Amici e Sanremo, ha tra le date del tour il simpaticissimo Palatupparello [?] di Acireale, inquietante antipasto della sua futura carriera di parrucchiera). Per fortuna c’è sempre la possibilità, in vecchiaia, di mantenersi a vicenda con Giusy Ferreri, seconda classificata nell’ edizione 2008, il cui contributo principale alla vita sociale dell’ agorà contemporanea è stato quello di romperci i coglioni dalla radio del
supermercato con i suoi vezzosi singulti peristaltici da parrucchiera panorgasmica.

I Bastard sons of Dioniso (si, non me lo sono inventato, si chiamano così) sono invece i secondi classificati, premio della giuria. Sono tre ragazzi
dell’ estremo nord Italia, probabilmente anche simpatici, goliardici e quello che cazzo vi pare (che in questo momento probabilmente si stanno dando il
premio della giuria sui coglioni). Per favorire un concetto di innovazione e di extravaganza tutta italica (o più probabilmente perché il concorso è
tristemente improntato sui CANTANTI -come negli anni ’50- e non sui MUSICISTI) essi -nonostante abbiano un gruppo e sappiano suonare strumenti- cantano a cappella. Costoro hanno interpretato una sorniona versione di “Uomini col borsello” di Elio e le storie tese (da “Rum Casusu Cikti” del 1992), peraltro con
questi ultimi come ospiti e band di supporto, tutti vestiti da ZZ Top. Sì, simpatici, certo, wow. Mi ci farei una serata di risate assieme, dico davvero
(anche se faticherei a distogliere lo sguardo da quei raccapriccianti capelli emostyle/laboratuàrgarniéparì che gli hanno fatto i parrucchieri della RAI).
Ma anche così, una pizza e birra tutti assieme, ci si sbronza di grappini, cantiamo insieme la canzunciella, si ride e via. Ma finisce qua. Not enough to rock.
L’ innovazione.
Farebbero ridere, questi “palinsestisti” se solo non fossero così marci. Tanto varrebbe rifare Canzonissima, almeno i moribondi se lo guarderebbero.

Televisione pubblica? Ma fottetevi, suvvia. Dico sul serio. Non pagherei il canone per vedere Morgan e DJ Francesco nemmeno se la procedura mi abilitasse ad incassare un assegno di accompagnamento per invalidità permanente con posto macchina.

Quel vile, inutile, viscido e ammuinesco essere di Marano, direttore in quota Lega Nord (con un occhio e mezzo ad AN) di Rai Due, argomenta così il flop iniziale del programma:

“Non sono soddisfatto dei numeri, ovviamente. Ma della qualità dei prodotti sì. E mi spiace che chi rimprovera sempre, e giustamente, alla Rai mancanza
di coraggio, assenza di sperimentazione e incapacità di parlare ai giovani non apprezzi i nostri sforzi di creare programmi di contenuto editoriale e culturale: perché la musica è cultura, è nell’aria che respiriamo da mattina a sera. E per me non serve tanto a inseguire audience quanto a costruire una nuova identità di rete. Fare risultato è nella mia missione di direttore, ovviamente, e per essere in pari con le aspettative ci mancano, in entrambi i casi, due punti percentuali di share”.

Vedi se ne trovi un paio usati a Mediaset . (Che ridicolo essere vivente).

Questo è il sistema Italia, questi sono i pianificatori della nostra cultura ufficiale, questi sono i nostri intelletti musicali e i nostri uomini migliori. Questi sono i "nostri" format. Nostri? L'' ultima beffa è che non sono neanche nostri. Potremmo essere -e con grande slancio- mediocri in proprio, invece oramai anche la tristezza è un prodotto importato (come se in casa scarseggiasse), come questo X-Factor, progettato in Inghilterra ''and sold worldwide''. Prodotti multinazionali, fiere campestri per megagreggi tramortiti in nevrosi da attention whore-ism. Le GRANDI idee innovatrici che ci propongono sono elaborate in Inghilterra, Usa, Olanda eccetera, in stanzoni pieni di marketing managers, per poi essere comprate –con soldi pubblici- da noi, contenti come scolarette di aver “acquistato un prodotto di qualità dal successo internazionale” (idee comprate: dovrebbe essere un ossimoro).

Da vomitare. Speriamo solo che questa “crisi” si porti qualcuno di questi neo-burocrati sotto i ponti o sotto terra.
Ma finché la barca va colonizzateci pure, prodi WASP, avete ragione, che tanto oramai il mazzo ce lo abbiamo già a tarallo da secoli.

Come on, fuck our asses and mouths deeper, we like it.
Italians take it better.