Nonostante il clamore suscitato in Francia e i riscontri positivi ottenuti da tutta la critica all’ultimo Festival di Locarno, La Paura, il nuovo documentario di Pippo Delbono, girato tutto con un telefonino, sembra destinato a rimanere a lungo senza alcuna distribuzione nel nostro paese. Eppure a quasi un anno dalla morte di Abba Guibre, ucciso a Milano per aver rubato un pacco di biscotti, la terza produzione cinematografica lontana dalla direzione teatrale del debordante autore savonese è una dei rarissimi casi in cui si è cercato di stabilire un confronto con la nuda drammaticità di quei fatti senza cedere all’ortodossia della retorica o alla predisposizione tutta italiana di riuscire a rendere goffa e cialtrona la rappresentazione mediatica della tragedia. La Paura è un’opera che va apprezzata soprattutto per il coraggio con cui Delbono tenta di ricalibrare la nostra esperienza quotidiana di informazione, proponendo nuovi modelli di fruizione delle notizie che possano coscientemente sfuggire a tutte quelle distorsioni del linguaggio o i ai pregiudizi che sono di solito predominanti quando si parla di immigrazione. La sequenza sgranata iniziale del dottore paurosamente sovrappeso che prescrive cure severe ai bambini contro l’obesità è assolutamente emblematica del resto di tutte le contraddizioni e i paradossi che minano costantemente l’ immaginario collettivo del nostro paese, pronto a cedere, in nome di una incontenibile smania securitaria, alle norme contrastanti del nuovo Pacchetto sicurezza. Con questa riforma del resto ci si propone di combattere l’illegalità e la clandestinità innalzando a livelli rigidi e macchinosi tutti i parametri necessari ad adempiere le pratiche di regolarizzazione, favorendo in primis però, solo la cristallizzazione di un esercito di emarginati ricattabili facilmente dai circuiti del lavoro nero e della criminalità . In tutto questo è avvilente come a dieci anni dall’uscita di Non persone, uno dei primi studi di Alessandro dal Lago sul rapporto tra media e immigrazione, sia rimasto quasi del tutto invariato lo spazio lasciato all’interno dei giornali e la televisione alla voce diretta degli stranieri. Così come è cresciuto in maniera esponenziale il numero di lavoratori nati all’estero e iscritti nei nostri sindacati senza che si sia promossa una loro rappresentanza adeguata anche nei quadri più alti di queste organizzazioni, sembra paradossale l’aumento degli articoli che riguardano i fenomeni migratori, senza che poi sia mai aperto pararellelamente un filo diretto con le istanze o le problematiche di chi questi processi vive in prima persona. A quindici anni dalla scomparsa di Derek Jarman, i percorsi e le suggestioni solitarie de La Paura sembrano davvero una riproposizione ancora più decadente di ciò che resta dell''Inghilterra tra i brandelli e le miserie dell''Italia, di cui è difficile capire se il nadir più estremo siano i programmi televisivi del mattino o la distese di agguerritissime uniformi da fitness nelle palestre del centro.