LA MUSICA ROCK-PROGRESSIVA EUROPEA Al Aprile – Luca Majer
di Domenico Monetti
Chi scrive ha un atteggiamento reverenziale e soggettivo verso un’opera che ha segnato e influenzato nel bene e nel male gran parte dei miei ascolti di tanta musica presente e futura. Ricordo ancora la copertina: Robert Wyatt e Dagmar Krause che cantavano e poi quel titolo semplice ed emblematico: La musica rock-progressiva europea (Edizioni Gammalibri, 1980). Ricordo che allora la mia prima reazione fu una cocente delusione… pensavo cioè di trovare i miei beniamini di allora: Yes, Genesis, Emerson, Lake & Palmer, Mike Oldfield. Nulla di tutto ciò. A una seconda lettura compresi che i due autori (Al Aprile e Luca Majer) intendevano tutt’altro: non più il prodotto perfetto e commercialmente ineccepibile, quanto e soprattutto gruppi che hanno sperimentato, lottando contro il business musicale, spesso perdendo, altre volte arrendendosi. In tale contesto il disco non è più la meta ma uno dei tanti mezzi di comunicazione. La stessa scrittura critica diventava un saggismo con espedienti narrativi, a tratti commovente (vedasi le vicende di Robert Wyatt, Nick Drake, Nico, Juri Camisasca, Lino Capra Vaccina) a tratti avanguardistici e sperimentali nella forma e nei contenuti (penso alle vicende “kraute” di gruppi come Can, Faust, ma anche Brian Eno, Magma). Ironia come disincanto. E la lettura diventava un vero e proprio viaggio nel tempo in cui chi, come il sottoscritto per evidenti limiti anagrafici ma anche borghesi non ha potuto vivere quella decade importante non soltanto nella musica come gli anni ’70, riusciva comunque attraverso la lettura a sentire gli odori (e le puzze) di quelle comuni, di quei concerti in condominio, di quelle discussioni, dove la politica spesso sovrastava la musica (vedi le vicende degli Henry Cow). Rileggere oggi un libro, grazie alla ristampa della casa editrice Calypso, così formativo ha un nuovo effetto. Innanzi tutto la copertina è cambiata: non più Wyatt e Krause (troppo mainstream?!) e invece il pur sempre underground Ivor Cutler. La scrittura, rispetto alla mediocrità attuale, è ancora folgorante, degna di un Lester Bangs. Così come la visione di una musica progressiva che allora sfociava nella new wave ha dimostrato alla luce dell’oggi un realismo profetico invidiabile. Ciò che invece il libro, sempre alla luce dell’oggi, non funziona è qualche grave lacuna. Se risultano faziosamente comprensibili certe esclusioni (i vari Genesis, i vari Mike Oldfield, i vari Yes) non lo è per certi gruppi che, come i vari King Crimson e Roxy Music, hanno sperimentato nel rock. Qualche esempio? I Van der Graaf Generator, salutati solamente in modo sbrigativo («dimenticate le nenie da brivido progressivo alla Van der Graaf Generator») per metterli a confronto con un gruppo come National Health, diversissimi da Peter Hammill e soci (p. 118). E che dire dei Gentle Giant, mischiati nel calderone Genesis & Co.? Perché non citare nella parte dedicata al dark sound un gruppo pionieristico come gli Atomic Rooster o i misconosciuti Monument? E per l’Italia perché non parlare di una band come Jacula? Ecco, in una ipotetica ristampa mi sarei aspettato una sorta di aggiornamento a quel pionieristico libro del 1980. E alla luce dell’oggi gruppi come Yes o Genesis erano così commerciali (ma allora cosa si dovrebbe scrivere dei Roxy Music?!) da non essere trattati? Ai lettori l’ardua sentenza.