FACCIO GLI STRONZI A FORMA DI HAMBURGER! Il film rock-amatriciano definitivo.
di chippy_bones
“Basta non ce la faccio più, faccio gli stronzi a forma di hamburger!”
Vacanze in America: il film rock amatriciano definitivo.
L’Italia è da sempre alla periferia dell’impero nella geografia del rock, le sue manifestazioni sono di rilevanza marginale e ogni suo prodotto ha un carattere provinciale. Questa condizione ineluttabile è vissuta come una sorta di peccato originale da tutti i suoi esponenti presenti e passati, un profondo senso di colpa che diviene un opprimente senso di inferiorità, l’impossibilità di vivere questa condizione serenamente si tramuta spesso in una incessante ricerca di leggende da cortile da spacciare come alternative valide a un inverso per sua natura americanocentrico. Questa mitologia autoctona genera orrori quali le epopee da bar del cantore Ligabue (“credo nelle rovvessiate di Bonimba…”), il forzato porsi come prodotto internazionale di una fetta dei nostri rockers (vedi gli Afterhours) o la parallela forzatura di codici ben stabiliti per “localizzare” il “suono” (le innumerevoli band dialettali). Atteggiamento più adulto e meno esigente di sedute dallo psicanalista sarebbe accettare con rassegnazione questa infima condizione e continuare nel fare la propria cosa con atteggiamento meno serioso, con minore ansia da prestazione e con una maggiore onestà intellettuale. Consci del proprio (minuscolo) posto nella storia.
Una lunga introduzione per affermare che l’unico modo di affrontare la via del rock in Italia è il prendere atto del proprio essere marginali e fronteggiare questa situazione armati della necessaria ironia. Questo è poi il motivo per cui “Vacanze in America”dei fratelli Vanzina è il migliore film rock mai realizzato in Italia. Precursore dei cinepanettoni e blueprint di una serie cult quali “I Ragazzi della III C” il film narra con occhio lucido (di lacrime) i ricordi del liceo e fin dalla schermata iniziale dichiara esplicitamente il suo intento emozionale.
“Questo film è dedicato ai nostri compagni di scuola da cui la vita ci ha separato”.
Una dedica che è una dichiarazione di intenti. Cambiare, lasciare indietro delle cose, le possibilità della vita come potenziale mai pienamente sfruttato. Da qui a Bob Mould il passo è breve. “Yearbooks with their autographs from friends you might have had, these are your important years, you''d better make them last”. In un’atmosfera da sera del dì di festa una gioventù al limite dell’adolescenza insegue pezzi di vita e cerca di acchiappare parte di ciò che ci si aspetta debba accadere, una corsa oltreoceano alla ricerca di obbiettivi fondamentali quanto basici (rimorchiare, divertimento, soldi).
Un excursus sul significato profondo del rock, perché il rock al fondo di tutte le sue forme espressive (che sono molteplici) è innanzitutto una promessa, luogo della scelta e della possibilità, luogo del divertimento, della crescita, dell’affermazione della propria interiorità. La terra promessa appunto, proprio come l’America. Il viaggio della scuola San Crispino negli Stati Uniti è un tragitto nella terra dei sogni, il cammino nei provinciali nel mito del rock’n’roll. Le luci della grande città, il gioco d’azzardo, il sesso, il surf, lo spinello. Miti imperituri agli occhi dei provincialotti si trasformano in trappole e concenti delusioni (su tutte “Liberani Ermanno detto lo Schiantatope"). La consolazione è nella spaghettata, momento in cui una folla altrimenti variegata si riunisce nella stessa stanza per celebrare l’unico mito italico ancora in vita. O la nostalgia che si sublima nel coro on the road di “O’surdato innamorato”. Una malinconia che però non è un indulgere nei ricordi del passato quanto una consapevolezza istantanea della magia del momento: Roma - Juve in dirtetta dalla Valle della Morte è pura history in the making. Malinconia vitale, nostalgia del presente. Lo spirito di Mould continua ad aleggiare misterioso ed inspiegabile sulle avventure Peo Colombo, Don Buro e Liberatore Alessio.
Il rock in quanto sound è poi presente nel sottolineare a mo’ di didascalia scenari e ambientazioni a stelle e strisce, Jerry Calà che vaga fra le luci rosse della Grande Mela al suono di “Vicious” di Lou Reed è pura antologia, simile il discorso per John Denver che accompagna il tragitto del pullman per le sue proverbiali country roads, immancabili poi i Beach Boys sul litorale di Venice. La componente centrale del rock come elemento di scarto (in primo luogo) generazionale è ben simboleggiata nella sequenza della visita a Graceland in cui fratel Serafino (ave!) invita a pregare per l’anima di “Francesco Sinatra” esponendosi al ludibrio generale. Lo stesso Don Buro è costretto a dismettere i panni del tutore per schierarsi appunto con i “giovani”. Ma forse è nella sequenza iniziale affidata all’imberbe Eros Ramazzotti di "Terra Promessa” che la sintesi è massima, un po’ per il senso della canzone e di quel suo ineludibile afflato “di borgata” e (a posteriori) anche per il vissuto dello stesso cantante, vero e proprio working class hero e esponente tutto italico di un proprio personale american dream.
La vera tragedia per noi italioti poi in un senso è proprio questa: mentre Cristiano Godano cerca di farci annegare nel feedback di una Gibson LesPaul il senso del rock lo ritroviamo nei versi di Eros da Cinecittà.
“Sorry, but I like la cara e vecchia… faiga!”
Questo è quanto il signore ci ha concesso, facciamocelo abbastare.