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INTERVISTA
GORY BLISTER: Long Live Death Metaldi antz

Intervistare i GORY BLISTER oltre a essere un piacere profondo per NM è anche un atto dovuto nei confronti di una band che, nonostante le difficoltà all’essere indipendenti, grazie alla loro incrollabile passione si sono assicurati un posto di diritto nel piccolo olimpo della storia del death metal made in italy… Chiacchierare con Joe, indefesso drummer, nonché fondatore con l’abile guitarist Raff, si rivela sempre un’esperienza stimolante e appassionante.

Cosa significa suonare ancora death metal nel 2010?
Significa che nonostante il panorama musicale sia cambiato radicalmente dal punto di vista dei rapporti musicista-discografico-ascoltatore, c’è ancora spazio per l’espressione artistica, per l’antagonismo rispetto alle forme musicali convenzionali, insomma per quella contrapposizione che genera il nuovo, data per defunta dalla filosofia post-modernista. Il death metal come spazio di resistenza dell’individualità artistica. Naturalmente per quanto detto, questo tipo di musica non può che configurarsi come atto estremo. I Gory Blister hanno cominciato nel 1991, quando il death metal era nel pieno del suo sviluppo e già c’era qualche critico che ne presagiva il de profundis di lì a poco, ma la realtà odierna, fra filesharing e X-factor, dimostra che questo genere ha ancora una dignità ed è inseribile a pieno titolo nel panorama della storia della musica degli ultimi 30 anni. 

Il vostro ultimo lavoro, Graveyard Of Angels, riconferma il vostro vigore stilistico senza compromessi. Qual è la genesi di questo lavoro?
Il punto di partenza ovviamente è la storia della band. Ogni disco è la fotografia dell’identità artistica del gruppo in quel momento e siccome noi crediamo nell’evoluzione graduale del nostro sound e delle nostre idee, a quella fotografia aggiungiamo, quando si tratta di scrivere nuovo materiale, tutte le esperienze professionali nuove acquisite nel frattempo. Così, per Graveyard Of Angels abbiamo preso, secondo noi, le migliori caratteristiche musicali di Skymorphosis e abbiamo messo a frutto le ultime esperienze di studio recording e quelle fatte nel tour europeo del 2006 con Darkane e Sadus. Fondamentale è entrare in studio con le idee chiare, senza lasciare nulla al caso. Nelle nostre intenzioni, comunque, c’era la ricerca di una dimensione LIVE dei tecnicismi dei Gory Blister, ovvero un arrangiamento delle strutture che fosse più coinvolgente dal vivo. A giudicare dalle reazioni del pubblico alle nostre ultime esibizioni, i nuovi brani dovrebbero aver centrato l’obiettivo. 

E’ uscito per la Mascot Records, significativa label americana. Come sono cominciati i rapporti con loro?
La Mascot Records nasce da una costola della Roadrunner, ma ha aperto solo da qualche anno il suo vero ufficio americano. Il quartier generale è in Olanda. Nel 2003 il nostro primo full length ART BLEEDS vedeva la luce sotto Sekhmet Records (Fra), con un accordo che iniziava e finiva lì. Con quella pubblicazione in mano non è stato difficilissimo farsi ascoltare dalle più importanti indies di settore. In realtà qualcuno alla Mascot  ci stava già seguendo ed i contatti sono partiti subito. Ci sono voluti circa due mesi però, prima di avere una proposta di contratto fra le mani. L’ultimo arrivato, Graveyard Of Angels, è il secondo album che pubblichiamo per loro. 

Cosa è “La tomba degli angeli”?
Ho avuto l’ispirazione per questo concept durante un viaggio in India, mentre ero di passaggio a GOA, da cui le iniziali del titolo. L’India è il paese delle contraddizioni, o meglio, della compenetrazione degli opposti, per cui per molti è l’inferno, per molti altri, il paradiso. Ricchezza ed estrema povertà, tecnologia futuristica e tradizioni millenarie, nonché tutte le religioni del mondo occupano le stesse coordinate spazio-temporali. Ma l’aspetto che mi ha colpito di più è stata la quantità di occidentali che in India hanno trovato rifugio. Sono persone che volevano solo essere felici, ma hanno dovuto ammettere l’inattuabilità del loro “progetto” nel mondo occidentale. Una scelta difficile e facile, coraggiosa e codarda… comunque estrema.

Che rilievo hanno i testi in una band come la vostra?
Sono fondamentali. In pratica nascono e si evolvono in parallelo con la musica. Contribuiscono alla formazione del significato complessivo dell’album, che comprende anche la copertina e l’artwork. I nostri testi esprimono protesta, rifiuto, in alcuni casi fuoriuscita, dalla realtà che ci circonda, a favore della ricostruzione artistica di una dimensione “altra”. La musica estrema fa il suo, ma senza i testi il cerchio non si chiude.

Poche band in Italia possono vantare una maturità come la vostra, frutto anche di una lunga esperienza. Quali sono le principali regole da rispettare per ottenere risultati come i vostri? 
Si, poche bands, ma buone, spero! Basilari sono la perseveranza, la coerenza e la forza d’animo. Ovviamente anche un po’ di fortuna. Mantenere la stessa line-up aiuta parecchio e noi questo aiuto non sempre l’abbiamo avuto. Le trappole per una band che vuole arrivare lontano, sono principalmente due; le mode ed il famoso “sesso, droga e rock’n’roll”! La prima rischia di far perdere la bussola artistica, la seconda mette in crisi la tenuta umana e logistica del gruppo. Nel momento in cui un tipo di musica va di moda, per le case discografiche questa è già passata, loro guardano già alla prossima, per cui, buttarsi a registrare un demo dietro la moda del momento è un errore grave. Pensare d’altro canto, che suonare voglia dire sostanzialmente figa e birra gratis, quando non di peggio, vuol dire avere una visione superficiale e puerile della cosa. Oggi portare avanti un progetto musicale serio vuol dire spaccarsi il culo e spendere tante ore della propria vita a fare delle cose pallosissime, come public relations, spedizioni, sito internet, prove… interviste! Scherzo!

Avete una vostra personale idea dell’essere “rocker” indipendenti oggi?
Beh, purtroppo molto dipende se parliamo della realtà italiana o no. Ogni volta che suoni all’estero, o a stretto contatto con musicisti stranieri, hai l’impressione che l’Italia sia un caso a parte! Non si capisce perché in Italia sei fancazzista e “fuori” sei musicista! Allora, qui da noi, essere “rocker” indipendenti vuol dire davvero lottare ogni ora del giorno e della notte per ottenere delle cose normali, come la possibilità stessa di portare avanti la tua arte. Dalla ricerca di date live, alla richiesta di un cachet, tutto sembra straordinario! Anzi, talvolta devi anche pagare per suonare, o almeno ti viene velatamente richiesto! “Fuori”, sei un musicista e quando arrivi nel posto dove devi suonare, non devi chiedere tutto. Ogni cosa effettivamente necessaria per lo show è già predisposta, le persone giuste sono a tua disposizione al momento giusto e si viene messi nella condizione di fare al meglio lo spettacolo per cui si è pagati. Normale, non straordinario! Dal punto di vista artistico rientrano altre problematiche, ma da noi la realtà sembra sempre tendere a sfavore del musicista, stranamente. Insomma, è sotto gli occhi di tutti lo sfacelo di X-factor, in cui potete vedere come si valuta e quanto ne capisce chi decide se un artista debba andare avanti o no. Insomma è dura ovunque, ma in Italia, sei un fricchettone!   

Esiste, secondo voi, una scena metal in Italia e cosa è cambiato negli ultimi vent’anni?
Si, credo di si, esiste una scena metal italiana fatta da tante buone bands. Il punto debole sono le infrastrutture, nella misura in cui i promoters sono i primi a considerare la scena nostrana di secondo livello. Il fatto di auto-confinarci in “serie B” fa girare tutto al rovescio. Una scena tutta rivolta all’estero, che non valorizza per scelta i propri punti di forza è percepita anche da fuori come secondaria e scadente. Proprio il contrario di ciò che è stato fatto in Scandinavia. Quello che è cambiato veramente è che la scena ed il pubblico ormai coincidono. Chiunque suona in una band. La soglia d’ingresso è quasi zero, dato che le maggiori case produttrici di strumenti musicali hanno investito sulla quantità, abbassando qualità e costi, mentre gli studi di registrazione sono in grado di darti un prodotto valido con costi limitati. L’aspetto positivo è che tutti hanno una chance, ma quello negativo è che spesso ci si dimentica di imparare a suonare!

Cosa vi piace ascoltare, che non sia metal?
Personalmente vado da Aphex Twin ai Sick Of It All, dagli Ozric Tentacles ad Ani Di Franco. Raff invece, ascolta molto blues rock, con preferenza per i chitarristi come Richie Kotzen, Paul Gilbert o Steve Mors, mentre Roby ascolta anche jazz e fusion.

La lontana certezza che l’orientamento politico di molte metal band sia destrorso, è qualcosa in cui riconoscete attendibilità?
Credo che una band metal che si ritenga di destra debba risolvere parecchie contraddizioni… a cominciare dai capelli! A parte il punk, che nasce dall’esigenza specifica, ritengo che la musica non debba far politica. Nei nostri testi non troverete nessuno slogan, ma decidere di suonare metal e quindi di porsi dalla parte delle libertà individuali, anche estreme, non si concilia molto con alcune istanze cameratesche delle ideologie di destra. Ad ogni modo, suonare deve essere prima di tutto una passione del cuore, mentre la politica è un’esigenza della ragione. 

Qual è la contaminazione musicale che più ha giovato al metal estremo?
Intanto credo che il death metal sia un genere autonomo, in grado di trovare al proprio interno le coordinate giuste per sopravvivere ed evolversi. Per rispondere alla tua domanda, è mia opinione che la maggior parte dei tentativi si sono rivelati fallimentari. Forse qualche progetto “industrial” ha suscitato interesse. A conferma di ciò, considera che uno dei crossover che sembrerebbero più facilmente praticabili, ovvero death+rock, ha spesso consegnato alla storia risultati sorprendentemente imbarazzanti! L’unico disco interessante che abbia mai ascoltato è quello uscito dall’esperienza post Carcass, i BlackStar (Barbed Wire Soul, 1997). I Carcass, per la cronaca hanno pensato bene di tornare!

5 band italiane che bisogna tenere d’occhio?
Illogicist, Modern Age Slavery, Natron, Ephel Duath, Kronium.

Sul vostro myspace (myspace.com/goryblister) leggo “DEATH METAL IS A FORM OF ART”. Qual è il vostro concetto di arte?
Innanzitutto qualcosa che esce dalla vita quotidiana per entrare in una dimensione più grande, che fatalmente si avvicina a quella della morte per il solo fatto di allontanarsi dalla vita. Lo scopo finale è dare una visione della realtà e del mondo da un punto di vista che è “aldilà”. Un trovarsi “fuori” che non è per forza fisico, ma può anche essere una visione da dentro sé stessi. Per far questo, le coordinate stilistiche si devono estremizzare e l’aspetto comunicativo si fa per forza più conflittuale. Occorre scoprire ed imparare a usare le più recondite ed estreme possibilità significanti del mezzo artistico che si intende utilizzare. Naturalmente le persone, diciamo così, pigre, restano fuori, perché si accontentano della visione del mondo dominante, già pensata da altri, ma chi ha voglia di approfondire le proprie esperienze finisce per avvicinarsi all’arte. Questo è anche il motivo per cui molti artisti vengono apprezzati solo dopo la morte e la loro arte vi sopravvive per secoli! Vuol dire che l’artista è riuscito ad uscire dal tempo dei vivi per far entrare la propria opera nel tempo “grande”. Ovvio che noi speriamo di far questo con la nostra musica, ma… ai posteri l’ardua sentenza!

Nella vita reale, chi sono i Gory Blister?
Quattro ragazzi normalissimi che lottano ogni giorno per il lavoro, la dignità, la felicità. Insomma per un mondo migliore. Normale, non straordinario.