- ARCHIVIO
- LINK & ROLL
- WHO'S WHO
- CONTATTI



PAGE RANKERS www.linkrank.it
www.benni.org
www.ilwebmaster.net

     
OGGETTI SMARRITI
THE FEELIES
di aNDY cANDY
Una dritta: è assai improbabile che possiate trovare una enciclopedia, una classifica, un dizionario, un pizzino senza che ci sia “Crazy Rythms” come disco cruciale degli anni a cavallo fra settanta e ottanta; se ci riuscite, è un buon modo per capire che quello che state leggendo non è da prendere per oro colato. In realtà poi non lo conosce praticamente nessuno così come gli altri tre eccellenti album incisi dalla band di Haledon, NJ (fortemente consigliati "The Good Earth" e "Only Life"), e col cavolo che li ristampano. Un motivo ci sarà pure, ma è sbagliato e questi magnifici nerds perpetuano una lunga tradizione di sfiga. L'esordio, senza ombra di dubbio il loro disco più complesso ed unanimemente considerato dalla critica, ma non dai fans, il loro migliore è come quei libri che ti folgorano con la prima frase. Il primo brano inizia con uno sgocciolio percussivo, prosegue con un tintinnio infastidito di chitarra, si chiama “The Boy With Perpetual Nervousness” (mai titolo fu più azzeccato!) e questo lp sta concettualmente tutto lì.
Per l'intera durata del disco l’effetto è ansiogeno, un dover andare per forza da qualche parte nel turbinio matematico delle due chitarre di Mercer & Million e nel tribalismo tachicardico della batteria di Fier, di fatto usata come terzo strumento solistico. Cambio gli addendi: esercizi maniacali di stile che trovano miracolosamente ogni tanto la forma canzone canonica tra microvariazioni negli intrecci chitarristici e sbalorditivi spasmi ritmici devoluti. La cosa magnifica del gruppo del New Jersey è che se non li ascolti con attenzione - consiglio vivamente l’uso delle cuffie - è come se non li ascoltassi, il senso è tutto nel mettere a fuoco sotto una apparentemente uniforme superficie. File under new wave. I quarti di nobiltà sono nei rimandi ai Velvet Underground sia per certe strutture chitarristiche “pastorali”, sia per il tribalismo percussivo alla Maureen Tucker, sia per la voce simile a quella di Lou Reed, oppure al lirismo urbano delle chitarre dei Television e ogni tanto al ciondolio jingle-jangle dei Byrds, ma poi ci sono i “crazy rythms”, il cinetismo scientificamente così vicino-così lontano della batteria di Anton Fier, che davvero sono il landmark modernista del gruppo. A rendere il tutto ancora meno potabile, qualche sentore kraut-rock (Neu, direi). Insomma, quando parte loro la scheggia sono semplicemente un prodigio inarrestabile come nella già citata “The Boy With…”, nella title track, in “Forces at Work”, in “Original Love”, praticamente ovunque! E poi dovreste sentire come diavolo suonano nel fantasmagorico trattamento intellettual-isterico della beatlesiana “Everybody’s Got Something to Hide” … una cosa da mozzare letteralmente il fiato.
Contraddittorio, invece, il fatto che spesso passino molti secondi prima che si senta qualcosa, qualche volta i suoni arrivano in crescendo, qualche volta attaccano improvvisamente ma l’attesa, secondo me, contribuisce a creare un clima straniante, che insieme all’approccio profondamente art-rock ispessisce la magia algida di questo disco.
Ho letto che “i Feelies sono uno dei più grandi gruppi che non avete mai ascoltato”, forse si forse no, ma a me piace pensarlo e lo sottoscrivo. Crazy Feelies!

Aah, dimenticavo … i Feelies sono la band che suona alla reunion scolastica in “Qualcosa Di Travolgente” e nell’averli piazzati lì, nel trapasso del registro del film da commedia a drammatico sta tutto il talento paraculo e genialoide di Jonathan Demme.

A riprova che i Feelies sono stati maestri nella difficilissima arte delle cover, beh, nella riedizione del ‘90 in cd della A&M (loro ultima casa discografica) ha trovato posto una splendida “Paint It Black” degli Stones anche se a suonare è l’ultima formazione, differente da questa e si sente.