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OGGETTI SMARRITI
THIN WHITE ROPE - MOONHEAD
di aNDY cANDY
“I pictured something clean and dry / I saw no need to purify”
I Thin White Rope sbucano ricoperti della cenere prodotta da qualche dopobomba esistenziale, "ai confini di una realtà" chiamata Davies, California. Sono sul taccuino di molti quando esordiscono sulla lunga distanza col folgorante Exploring The Axis, ancora in bilico però fra cronaca della provincia americana e fiction desertica, per poi raggiungere il loro vertice nel qui presente Moonhead, anno di grazia 1987, dove il suono si è fatto metafora, valorizzato e amplificato nella capacità espressiva da una decisa omogeneità della scenografia nella quale si srotolano le 10 canzoni, le prime cinque delle quali a formare un lato A memorabile. Miraggi abitati da figure vagolanti in un pulviscolo azzurrognolo, che raccontano i loro multiformi deserti interiori reincarnatisi in una musica contemporaneamente dolente e scintillante.
Ricordo di aver letto un’intervista nella quale Guy Kyser, il leader del gruppo, raccontava di come una volta non fosse rientrato nel bunker della base militare dove lavorava il padre al suono della sirena di attacco nucleare, solo per vedere cosa stava per accadere! Ecco inquadrato il tipo, uno che narra di un dopo altro, di un buco nero polveroso che si sta ingoiando tutto. Di qualcosa che incomprensibilmente è accaduto. Riff, note tenute lunghe, assoli di chitarra, proposti come una sorta di meditazione dolorosa fatta sull’orlo di un abissale maelstrom psicologico. O come quella sensazione quando si gratta la crosta di una ferita, perché qui è di ferite non rimarginate o rimarginatesi troppo in fretta che si parla, e di un’ossessione di ispide metastasi relazionali che avanzano nel vento del deserto, bramose del loro Ok Corral.
Tutto questo realizzato attraverso un'operazione per certi versi paradossale ma del tutto personale: ghiacciando la prospettiva dell’acid rock, psichedelica e/o deragliante, con un approccio sentimentale e ritmico imbevuto di tristezza post-punk. L’effetto è stordente con la tensione creata dalle due chitarre che implode continuamente, non risolvendosi mai; una crasi chitarristica vibrante tra Quicksilver Messenger Service e Television (e già questo…) che si agita sul metronomo pulsante rappresentato dalla sezione ritmica, per un risultato che scarnifica da un lato la tradizione americana e dall’altro, rimpolpandola, ricolorandola direi, la reinventa assai più muscolare e moderna. Un gruppo capace di dar vita a una stratificazione sia geologica sia psicologica di un'afflizione rabbiosa. E come bonus la voce dal timbro inconfondibile di Guy Kyser che canta testi allusivi, con molte “she” e nessun lieto fine.
Le canzoni quindi. Fatela voi, se ci riuscite, un’altra Take It Home, il cuore attonito di questo album. Non vi invidio per niente: sopportare, metabolizzare e riscattare uno stillicidio tracimante al minuto 2 e 30 nel muro di chitarre lancinanti che si protrae sino alla fine. Sono ventuno anni che alzo la manopola del volume a manetta proprio lì, come un automa. Chitarre che strascicano sangue, che arrancano spaurite gemendo, cercando una salvezza. Troppo, troppo dolore: “I can’t take this one home”. Per me, uno delle dieci canzoni più intense di sempre. E vi segnalo almeno quel capolavoro di forma e sostanza nell’utilizzo delle due chitarre che è la cavalcata di Wire Animals e il country-(col)-feedback di Thing che comincia con un sorprendente ma fino a un certo punto "ein-zwei-drei", chiamandosi i quattro Tesluk, Kyser, Becker e Kunkel. E infine l’attacco in crescendo sottolineato dal piano di Moonhead e quello battente-straniante di Not Your Fault.
Moonhead è il parto di uno dei gruppi più assurdamente sottovalutati di sempre; ma non da me, tessera n°02051967 dei fantasmatici Swingin’ Danglers, la squinternata ghenga di ultras del gruppo californiano. Se questo tentativo di proselitismo avesse fatto anche una e una sola “vittima” sarebbe valsa la pena aver ritirato fuori tutti questi fantasmi. Buon ascolto e buona epifania.
"I pictured something clean and dry / I thought that it would purify”.
PS1 Copertina spettacolare nelle tonalità dell’azzurro. Tutto torna.
PS2 L’edizione attualmente in commercio è quella stramba con l’aggiunta dell'ep Bottom Feeders senza due canzoni e la versione lunga di Take It Home messa inspiegabilmente in chiusura.
PS3 Questo “sophomore effort” ha stranamente aumentato rating per AMG da tre a quattro stellette e mezzo nel corso degli anni.
PS4 Ah, Thin White Rope sta per sperma, eiaculazione, quella roba lì (cfr Burroughs).