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OGGETTI SMARRITI
SQUIRREL BAIT - SKAG HEAVEN (1987)
di aNDY cANDY
Gli Squirrel Bait hanno inciso pochissimi minuti (25 minuti e 47 secondi durano i dieci brani di Skag Heaven, e il precedente ep ne totalizza più o meno diciassette) per poi polverizzarsi in una miriade di altri gruppi, praticamente inventando una scena, quella cosiddetta post-rock di Louisville, che detterà legge nell’underground americano dei primi novanta. Con una musica lontana anni luce da questa.
Cos’è Skag Heaven allora? Un grumo di sangue. Un nodo alla gola. Uno spasmo. Un disco grandissimo proprio perché imperfetto.
Basterebbe l’attacco sontuoso e sbriciola cuore di Kid Dynamite. Quel vorticoso frullare aggrovigliato di basso (Clark Johnson) – chitarre (Brian McMahan e David Grubbs … no comment!) – batteria (Ben Daughtrey). E Peter Searcy che ... “gets his tonsils out” (cfr. i Mats), con una timbrica che pare contenere una insofferenza cosmica e febbrile allo stesso tempo. Parlando di te (ragazzo generico a cavallo dell’adolescenza). Con te. Con quell’arroganza terrorizzata di chi sente che ogni secondo della propria vita sia quello decisivo. Poi prendi il foglio interno e osservi, basito, le foto dei “bambini” che ci hanno suonato. Difficile dimenticarli. Almeno per me.
L’hardcore mutato quasi ovunque in un post-hardcore schiumante, sulla scia della pietra d’angolo Zen Arcade degli Hüskers; qui e là, in embrione s’intende, anche grazie al post-rock (lo sappiamo ora). Alla sua uscita Skag Heaven fu assai sottovalutato penalizzato dalla banale comparazione con i numi tutelari Hüsker Dü e Replacements dei quali è un’efficacissima sintesi. Ma è lo scarto dai riferimenti stilistici ciò che all’epoca gli ha nuociuto parecchio. E che ora lo illumina.
Infatti, qualcosa che non quadrava c’era. Avevano folgorato sia me, e questo era in un certo senso scontato, sia “incomprensibilmente” un mio carissimo amico ancora formalmente metallaro. Lì dentro albeggiava qualcosa, lo capii in seguito mettendo in fila gli indizi (vedi Bitch Magnet): quello scenario emotivo intriso di tristezza incazzata così capillare, appoggiatosi musicalmente altrove, evidentemente, si sarebbe chiamato grunge.
Scrive Grubbs nelle note interne della riedizione del 96: “Mandare un nastro dalla California necessita l’andare in California. Un’idea impossibile. A quel tempo non credo che nessuno di noi vi fosse mai stato … A Louisville i vecchi che non volevano sentir parlare di hardcore lo chiamavano L.A. punk.” Per esprimerlo piazzano in chiusura una cover di Phil Ochs, cantautore americano morto suicida, Tape From California appunto, da collasso: “Sorry I can't stop and talk now / I'm in kind of a hurry anyhow / But I'll send you a tape from California”.
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It’s my gift to you, it’s my gift to you, it’s my gift – tooo – youuuuu!
Dedicato a L.