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OGGETTI SMARRITI
GOD - THE ANATOMY OF ADDICTION (1994)
di antz
“Kevin Martin e` uno dei massimi intellettuali della musica rock degli anni '90. Quasi tutti i suoi progetti hanno costituito pietre miliari nell'evoluzione del genere. Martin e` uno dei personaggi piu` dotati fra quelli che stanno cercando accanitamente una nuova via alla musica-trance, facendo leva su generi apparentemente inconciliabili come jazz, industrial, dub e punk-rock”. (Piero Scaruffi)

La premessa “scaruffiana” è necessaria per stabilire il giusto contatto con una delle uscite discografiche più conturbanti degli anni novanta. Sì, perché prima di parlare di “The Anatomy Of Addiction” è necessario ricordare che Kevin Martin, oltre a “creare”(come fece Dio, appunto) i GOD, è anche colui che con un altro genio, Justin Broadrick (vedi Godflesh, Jesu), ha condiviso esperienze radicali come Techno Animal e Ice. Altre storie in cui è meglio non addentrarsi, per ora.
Ma l’Oggetto che ho deciso di ritenere Smarrito (nei meandri di tanti Incubi troppo importanti per essere rimossi) è una così fondamentale pietra miliare di tanta avanguardia contemporanea che ha fatto delle suggestioni industrial un’arma creativa senza precedenti.
I GOD, esperienza collettiva di estremo stampo industrial-jazz, sin da “Possession” (1992) presenta eccellenti collaborazioni come Tim Hodginkson (ex Henry Cow), Dave Cochrane (ex Head Of David), Scott Kiehl (ex Slab) e Lou Ciccotelli (ex Slab), per citarne solo alcuni. “The Anatomy…”, rispetto al precedente lavoro, offre la pesantezza del metallo fuso come prelibato ingrediente primario e questo anche grazie all’incisività chitarristica di Broadrick. Pubblicato ben quindici anni fa, è un esemplare unico di pura devastazione emozionale, greve come un impatto frontale visto a ralenty, e di “croneberghiana” fruizione (ricordate la videocassetta di “Videodrome”?)…
Dieci tracce di terapia estrema che volgono verso una ipnotica e ridondante rappresentazione dell’essere umano. Disco tribale di dub moderno da connotazioni esistenziali, intriso da rumorosi virtuosismi che riporta l’ascoltatore a una presa di coscienza panica che non dà tregua. E’ come se i Material del buon Laswell si fossero immersi nell’inferno per meditare sul concetto di abisso… senza tregua e senza speranza, pompando sangue e sofferenza. Distruzione e caos, qui, prendono forma per diventare magma cupo e trascinante per un disco compatto come un blocco di acciaio. In realtà non c’è espressione letterale che riesca realmente a evocare le emozioni che un capolavoro simile provoca. Brani come “Body Horror”, death-funky song ipnotica e esasperata o la lunghissima (18 minuti) “Detox”, soundscape ideale per una rappresentazione concettualmente dub dell’apocalisse nucleare, sono solo una minima parte. Ma ogni singola traccia rappresenta un’opera necessaria come ogni sofferenza….
I confini del free-jazz, dell’industrial e del dub alla Godflesh vengono superati da una sublimazione massiccia, insana, destabilizzante, aspra ed esasperata che non ha precedenti nella storia del rock contemporaneo.

Un disco per orecchie forti, per palati violentemente sopraffini e per anime maledettamente rock’n’roll!