| OGGETTI SMARRITI |
BOOHOOS - MOONSHINER - 1987
di aNDY cANDY |
Boohoos? Settete! Alle volte gli Oggetti Smarriti lo sono nel senso di introvabili e non solo in quello di dimenticati da qualche parte. La recentissima ristampa Here Comes The Hoo finalmente rende nuovamente disponibile la parte migliore della produzione dei Boohoos, quando sembrò che finalmente l’immondizia primigenia del rock avesse trovato diritto di cittadinanza nello stivale. Non fosse altro che per questo i Boohoos meriterebbero un posticino nella storia del rock italico. E perché nel passaggio dal garage allora imperante di derivazione sixties agli Stooges che a breve sarebbero diventati il nuovo santino ci arrivarono un pelo prima di quasi tutti. Magari fu una botta di fortuna, rimane un fatto. Da Pesaro le chitarre di Fuss & The King, la voce di Alex, il basso di Adov Stone, la batteria di Pantera e l’organo di Paul Chain, avevano già colpito nel segno col mini The Sun The Snake And The Hoo (per qualcuno è da cercare lì il meglio della loro produzione) con una cover di Search & Destroy di grande qualità, elegante se non fosse quasi un ossimoro, in cui emergeva la trovata della doppia voce. Neanche il tempo di dire “makekaz…” e nel 1987 arrivava l’album Moonshiner anche questo per la Electric Eye di Claudio Sorge. Ricordo i peana di Guglielmi sul Mucchio come fosse ieri ma allora bazzicavo da tutte altre parti e la sola parola glam mi fece scappare a gambe levate. Sbagliavo. Come intuibile dalle foto che li ritraggono (divertente l’accenno nei credits al parrucchiere!) la ghenga delle New Pesaro Dolls era tutt’altro che omogenea, a parte la fascinazione per la wild side (come i testi rimarcano, una specie di tramite per l’ascesi) del carrozzone rock. Magnifico ed esemplificativo lo scatto della front-cover di Moonshiner e ancor di più quello tratto dalla stessa session fotografica che si trova nella recentissima ristampa Here Comes The Hoo (nb in entrambe manca Paul Chain in bilico tra l’essere dentro o fuori). La via pesarese al rack’n’raw è presto detta, passando per garage, glam e Stooges (perlopiù mark 2), elementi shakerati con cura e in proporzioni assai dissimili nelle otto tracce. In Moonshiner si applica la ricetta rinunciando forse a qualche grammo di rozzezza di troppo ed è questo, in fin dei conti, l’unico appunto che si può fare ad un disco di grande solidità, che ha nella costruzione variegata dei brani il merito maggiore. L’attacco di Nancy’s Throat con la chitarra acustica in primo piano. La schioppettata di chiara discendenza ashetoniana a nome Ghostrider impreziosita da magiche tastiere e da un ritornello che non fatica ad assumersi l’onere dell’anthem. Tutta My H.E.L. dove sembrano un gruppo dark che ha deciso di randellare. L’andirivieni su un roccioso punk rock di Meet Us (in St.Louis-Louie). La fascinosissima ballata, e soprattutto il suo finale reprise, The Hoo dove i Ragni Di Marte incontrando i fantasmi di Roky Erickson su un giro blues zeppeliniano ricordano, oggi, i Turbonegro. Ghostrider … Spacedrifter … Moonshiner! |
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