- ARCHIVIO
- LINK & ROLL
- WHO'S WHO
- CONTATTI



PAGE RANKERS www.linkrank.it
www.benni.org
www.ilwebmaster.net

     
REPORT LIVE
SOULFLY
(22 febbraio 2009, Alpheus, Roma)
di chippy_bones
Terza volta a Roma per i quasi classici Soulfly e per il loro leader Max Cavalera, figura oramai storica del metal con oltre vent’anni di onorata carriera. Il suo è un nome sempre di richiamo anche se la venue è decisamente più ristretta rispetto alle passate occasioni.
Max, leader incontrastato / dittatore della sua creatura post- Sepultura presenta il sesto album “Conquer” con l’ennesima formazione differente (impossibile davvero tenere il conto di quanti si siano avvicendati nei diversi ruoli dal ’98 ad oggi).
Il dreadlockkuto frontman sa quel che vuole il suo pubblico e glielo consegna con rigorosa professionalità, è passato il tempo delle sperimentazioni (anche di quelle discutibili, per fortuna) ed oggi l’unica preoccupazione della band è dare al suo pubblico uno show possente e tanto metallo sudato, una sicurezza.
Passato indenne attraverso pressoché tutti i trend (ed avendone peraltro sposato più d’uno: death, industrial, new metal…) oggi Cavalera ha riposizionato il suono dei Soulfly verso una certa ortodossia intransigente metallara che ruota intorno al sound classico della sua nota quattro corde e su una scrittura lirica piuttosto semplificata a base di slogan battaglieri (vedi “Frontlines” da “Dark Ages”, praticamente la declinazione al presente del verbo to fuck).
La setlist pesca in modo omogeneo da tutta la carriera della band con più o meno un paio di brani per ogni album e aggiungendoci una manciata di classici del Brasile che fu (“Refuse/Resist”, “Territory”, “Roots Bloody Roots”, e, a sorpresa, dal passato remoto riemerge pure la pesantissima “Troops of Doom").
Lo show alterna i classici inni barricadieri ad alcuni momenti di decompressione, vedi Marc Rizzo in versione Jimmy Page (con chitarra due manici) che fa sfoggio delle sue abilità acustico-melodiche, ma anche i tipici intermezzi di tamburi e berimbau che fanno tanto tribale; per la maggior parte del resto però si tratta di metallone sparato a raffica.
Peccato per l’acustica, soprattutto per la mancanza di volume della chitarra del leader, che in verità quando canta non sembra dedicarsi eccessivamente allo strumento con conseguente diminuito impatto sul sound complessivo.
Uno show massiccio e pesante, onesto nel suo intento ed efficace nel risultato. I Soulfly riportano il genere al grado zero, “Back to the Primitive” è un manifesto e come tale viene rispettato, quando Max sale sul palco non c’è spazio per brutte sorprese.