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NICK CAVE
di Valerio Berdini |
Trent’anni di attività e una carriera in continua ascesa. Creatività e intelligenza; curiosità che non lo fa voltare indietro; capacità di mettersi in discussione, rischiare, reinventarsi; un orecchio incredibile per scovare i migliori musicisti. Nick Cave occupa un posto unico nella scena musicale. La sua imprevedibilità non lascia il tempo agli imitatori di copiarlo, ogni nuovo lavoro spiazza chi lo insegue, le sue variazioni sullo stesso tema non consentono di intuirlo. Esiste un solo Nick Cave. Purtroppo e per fortuna. È uno dei suoi pregi, la musica è riconoscibilissima ma mai ripetitiva, la sua voce oscilla tra Leonard Cohen, Tom Waits e Howlin’ Wolf, è potente e tenebrosa, “cavernicola” come il suo nome. Chi lo ha sentito dal vivo sa quanto il suo canto sia parte prominente dello show. Sovrasta senza schiacciare. Anche perché schiacciare quel gruppo che si fa chiamare Bad Seeds, nato una ventina d’anni fa dalle costole di un ensamble come i Birthday party, sarebbe un peccato materialmente anche difficile da compiere.
Proviamo ad andare con ordine perché l’evolvere della musica segue di pari passo l’evolversi dell’uomo. Nick Cave nasce in Australia 49 anni fa. Teenager è alla voce di una band che si fa chiamare “The boy next door” e crea scompiglio per i locali di Melbourne. Il coraggio folle dell’adolescenza, porta questi cinque ragazzi fino in Inghilterra. Cambiato il nome nel più efficace “Birthday party” vengono ascoltati e invitati da John Peel (preciso come un cecchino a scovare talenti) in un paio delle sue celebrate “sessions”. Con 3 album in 3 anni diventeranno uno dei più imitati gruppi di post-punk in UK (Syster of Mercy) come in USA (Big Black). I loro suoni dark, mescolati alla ruvidità di quello che restava del punk e le cupe, perverse storie di religione, sesso e sangue urlate da Cave, si adattano alla scena londinese. Tra il 1981 e il 1983 “Birthday party”, “Prayers on fire” e “Junkyard” formano la prima trilogia dell’artista. Non sarà un caso isolato.
Nick Cave sta crescendo, si immerge e si ripiega sul suo scrivere, sulle sue ossessioni (e sulla sua tossicodipendenza); fiuta che con gli anni ottanta che incalzano il post-punk comincia a segnare il passo. Tiene con sè il fido Mick Harvey e l’ultimo arrivato, il chitarrista del gruppo noise-industrial tedesco, Einstürzende Neubauten, Blixa Bargeld, e forma “The Bad Seeds”. L’esordio “From her to eternity” (1984) resta uno dei loro gioielli e subito indica una direzione. I suoni ostili dei Birthday party si fanno più raffinati con interventi di organo che cominciano a tessere atmosfere gothic, i testi penetranti si adattano alla voce e schiudono la teatralità, uno dei punti di forza del gruppo. The “Firstborn is dead” esce l’anno seguente e aggiunge un’altro degli elementi chiave per capire Cave, l’amore per il blues, a modo suo. Il brano di apertura Tupelo, dopo 22 anni è ancora un classico dal vivo. Con un album di cover “Kicking against the pricks” (1986) in cui “All tomorrows parties” dei Velvet Underground brilla di una nuova luce, e “I’m gonna kill that woman” dichiara amore a John Lee Hooker, si chiude un’altra trilogia, la prima dei Bad Seeds. Il gruppo ha delineato i punti su cui sviluppare i prossimi lavori. Il seguente “Your funeral...my trial” (sempre del 1986) è un album meno ispirato, Nick Cave è in cerca di ispirazione, ma non l’ ha ancora trovata. Sembra svuotare l’archivio di B-side utilizzandole come esperimenti per una nuova transizione, un lavoro coerente ma senza accenti. “Tender Prey” (1988) è invece il primo capolavoro. Un album che si apre con la maestosa Mercy Seat, una ballad solenne, in cui la sintesi tra teatrale, lirico, cupo e fiero raggiunge l’equilibrio perfetto. L’ultimissimo Johnny Cash ne farà un’ispirata cover. Cave ora ha individuato la miniera da cui attingere. Questa nuova vena, superba e al contempo decadente, prosegue con “The good son” (1990) che contiene altri due brani che diventano classici per esaltare la grandezza dei Bad Seeds dal vivo. “The wheeping song” e “The ship song” mostrano al mondo non solo la squisita abilità di comporre canzoni di Cave ma l’abilità di interpretarle in un teatro. Chiude quest’altra trilogia “Henry’s dream” (1992) l’album in cui Cave scarica gli ultimi residui di aggressività che porta dai tempi dei Birthday party, li utilizza per inframezzare la sontuosità di pezzi come “Straight to you” e “Christina the astonishing”. La maestria di Nick Cave nel saper bilanciare la teatrale drammaticità delle sue ballads con interventi autoironici, dissacranti e dissonanti (grazie soprattutto al gran lavoro alla chitarra di Blixa Bargeld) gli evita di cadere in quell’esaltazione autoreferenziale in cui è precipitato, ad esempio, Morrissey. Ma la dote dei Bad Seeds, è reinventarsi senza stravolgersi. Con l’uscita di un mediocre “Live Seeds” (1993), un album piatto che non riesce a portare con sé l’energia dei concerti, si chiude un’altra fase ed arriva la nuova svolta. In questo caso si avanza in crescendo, dopo 10 anni di songwriting puó succedere che la matita sia un po’ spuntata serve temperarla, affinarla. “Let love in” (1994) inaugura un’altra trilogia, tenuta insieme dai due temi più cari a Cave. L’amore e la morte. Se in “Let love in” esalta l’amore con ballad solenni come “Do you love me?” e “Nobody’s baby now” è nel pezzo migliore dell’album che si intravede dove l’amore lo porterà: “Red right hand” è una canzone thriller, dove un indefinito personaggio ci prende con la sua (rossa) mano e ci porta attraverso strade buie e squallide, periferie verso il prossimo capitolo: la morte. “Murder ballads” (1996) offre esattamente quello che il titolo dice. Una serie di ballate noir sul tema della morte, violenta. È il lavoro di maggior successo commerciale per i Bad Seeds, anche perché Cave è abilissimo a far cantare in “Where the wild roses grow” la pop star Kilie Minogue e duettare in “Henry Lee” con PJ Harvey. L’album si chiude in una jam piena di speranza ultraterrena dove tutti gli ospiti si ritrovano in coro ad intonare la Dylaniana “The death is not the end”. Se il pubblico si chiedeva come Nick Cave potesse uscire dal tunnel dorato in cui si era infilato, lui pare lo sapesse bene. Dopo i due album appena scritti in cui la tesi (l’amore) e l’antitesi (la morte) erano presi singolarmente, “The Boatman’s call” (1997) è la sintesi in cui l’amore e la morte (dell’amore, Cave sta affrontando la fine del suo matrimonio) si toccano. È il suo miglior album degli anni ’90, forse in assoluto. Il migliore del periodo più lirico, il migliore per i toni noir, per la voce, per i testi, per il piano, per gli arrangiamenti meno avventurosi ma efficacissimi. “Into my arms”, “Are you the one I’ve been waiting for” e “Green eyes” sono altre stelle nella sua costellazione. È un nuovo punto di arrivo e chiude un’altra trilogia. Lui lo capisce, i Bad Seeds lo seguono. Un greatest hits demarca la nuova transizione e una pausa di 4 anni, di ricerca più che di riflessione, e porta la band nel nuovo millennio. È il 2001 quando il marchio Nick Cave and the Bad Seeds riappare. Nick, oltre ad essere un geniale autore è una persona modesta. Sa intuire che la necessità di freschezza non può venire soltanto da lui, non è un solista ,collabora e compone con i suoi musicisti. Oltre al fedele Mick Harvey, sempre al suo fianco dai tempi dei Birthday Party, chiama alla sua corte Blixa Bargeld ad aggiungere il noise necessario a graffiare le armonie, Thomas Wydler a portare quel drumming che sa essere contenuto e scatenato e, in questo millennio, scova Warren Ellis. Ellis, polistrumentista ma soprattutto eclettico violinista dei Dirty Tree (un trio strumentale australiano), contraddistinguerà il suono dei Bad Seeds di questo decennio forse più dello stesso Cave. Si affianca ad Harvey e a Blixa, che sembra sempre più a disagio (dalla sua rumorosa spigolosità tedesca deve aver sofferto la sequela di piano ballads d’amore e di morte degli album precedenti). “No more shall we part” (2001) è un altro gioiello. Ellis con il suo violino porta dall’Australia paesaggi ariosi, spazi immensi in cui la voce di Cave, persa ogni forma di rabbia, canta con il suo tono focosamente evangelico (è un “prayer on fire”) alcune delle sue liriche migliori sopra un arrangiamento di fiori colorati che arriva fin sulla copertina. Mentre mi aspettavo una nuova trilogia, ecco “Nocturama” (2003) che gia dall’oscuro titolo mi preoccupa. È senza dubbio uno dei peggiori lavori dei Bad Seeds. Nick Cave non è ispirato, Warren Ellis non riesce a salvarlo. È l’ultimo lavoro firmato con Blixa che lascia il gruppo per dedicarsi a tempo pieno al noise dei suoi Einstürzende Neubauten. Un flop disorganico che probabilmente porta dentro le tensioni di studio. Un solo pezzo interessante, quella “Baby, I’m on fire” in cui Cave per la prima volta si accorge di un mondo intorno a lui (dice di aver cominciato a leggere i giornali) che si prolunga per oltre un quarto d’ora. Sembra pensare che è meglio diluire il cocktail col brano buono che allungare con ingredienti senz’anima. Ma non funziona. È un momento difficile, senza più Bargeld, con un mediocre album alle spalle e l’inizio della terza decade insieme, i Bad Seeds sono ad un bivio. Non c’è trilogia da concludere, si deve trovare subito una nuova strada. Dopo un brevissimo tour, una decina di date in tutto, le prime senza Blixa a cui vengono dedicate le serate, Nick si chiude nel suo studio. Passano un paio di anni ed esce l’attesissimo doppio lavoro “Abbattoirs Blues”/”The Lyre of Orpheus” (2004). Inaspettatamente, con Ellis e Harvey ispiratissimi, Cave in forma smagliante, il lavoro (a tutti gli effetti due album venduti insieme) è un altro capolavoro, uno dei migliori album del 2004. In “Abbattoirs blues” torna al rock più aggressivo, come a confermare che a 50 anni e con una nuova line-up lo può ancora suonare. I Bad Seeds guidati dalla possente batteria di Scalvunos, dalla chitarra di Harvey e dal violino elettricamente maltrattato da Ellis, aprono il CD con “Get ready for love”, una richiesta d’amore che il predicatore infuocato chiede al suo pubblico. In cambio lo prende e lo trasporta in un amplesso musicale che toglie il respiro fino all’ultimo accordo. Il tempo di cambiare CD e Cave vi chiede l’altra guancia, in “the Lyre of Orpheus”, diventa romantico, torna la teatralità, torna alle sue ballads, si accende l’ennesima sigaretta e torna a sedersi al piano. Ora alla batteria c’è il pacato Wydles, Warren Ellis cambia strumenti, Bouzouki e altre fantasticherie, i suoni si arricchiscono di spunti folk da folklori poco identificabili. L’Australia, l’Est Europa, si infiltrano culture impalpabili sotto la sapiente regia di un musicista che non perde la rotta, che sa guidare la sua ciurma verso lidi inesplorati. Il tour come l’album è acclamato dalla critica, i Bad Seeds dal vivo non sono mai sembrati cosí uniti. Nonostante l’aggiunta delle coriste, della doppia batteria, senza Blixa e con la invadente presenza di Warren Ellis, la band è perfetta, niente è fuori luogo. Chi ha visto un loro concerto sa che al mondo poche band sanno suonare coese come Nick Cave and the Bad Seeds.
PS- Da segnalare se tutto questo non vi bastasse: una tripla raccolta di 56 brani tra B-sides, cover e alternate version "B-sides and Rarities" (2005), che mette insieme quel firmamento di brani da sempre sparsi tra singoli, colonne sonore e bootlegs. Una quantità di ottimo materiale con dei rari gioielli non facilmente reperibili come "(I'll love you) till the end of the world" che diede il titolo e il fantastico sound al capolavoro di Wim Wenders, o la versione mai utilizzata di "Red Right Hand" per il soundtrack di Scream3, l'omaggio a Louis Armstrong con "What a wonderful world" cantata con Shane Mcgowan, "Where the wild Roses grow" con Blixa (al posto di Kylie!) e poi cover di Leonar Cohen, Roy Orbison, Neil Young. Per collezionisti, non il lavoro per avvicinarsi a Nick Cave, ma un ricchissimo blocco di appunti e spunti che stupisce più che deludere.
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