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STAR
BLUES EXPLOSION
di Valerio Berdini
Quando apparse sulla scena musicale piú o meno 15 anni fa (si 15 anni!), nel pieno dell'esplosione del Seattle sound, quel nome suscitó piú di una perplessitá tra gli amanti del rock che, titubanti, si trattennero per un bel po' dall'investire vecchie lire in un nome che richiamava un genere completamente fuori moda.
Soprattutto in Italia, periferia lontana dalle avanguardie musicali che vengono digerite spesso dopo 2-3 album e altrettanti anni, quel nome non era azzeccato. La nostra piccola, provinciale, pregiudiziale penisola.

Gli anni 80 erano finiti, l'elettronica aveva nauseato gli amanti del rock per un decennio, l'invasione inglese dava segnali di cedimento; finalmente dagli scantinati americani nuovi giovani avevano comprato nuove chitarre, i distorsori ridavano cenni di vita.
I Dinosaur Jr fecero da apripista, i Pixies iniziarono a squarciare quel panorama con nuove armonie e Seattle coaguló tutto chiudendo un'era e aprendone un altra. Intanto in California esplodeva il funk-rock trainato da Red Hot, Primus e compagni. Un'esplosione di novitá.

E il Blues?
Il Blues negli 80s aveva rivisto Johnny Winter risorgere l'ultimo Muddy Waters, Gary Moore l'ultimo Albert King, l'instancabile B.B. King rilanciato dagli U2. Anche John Lee Hooker grazie a Van Morrison trovó la sua terza giovinezza.
Apparí e purtroppo scomparí Stevie Ray Vaughan e in quel decennio anche slowhand Clapton sembró indeciso sul percorso da scegliere.
Quel po' di Blues rimasto, era una sorta di revival che trovó la sua nicchia di mercato, vecchie glorie riconosciute da grandi nomi, trovarono un nuovo successo tra quegli ex ragazzi over 30 che finiti gli Zeppelin, invecchiati gli Who, ucciso Lennon e disorientati dal pop persino gli Stones, non riuscendo a ballare al ritmo dei sinth, si legarono alla tradizione e tornarono agli assoli sulla pentatonica di una Gibson.
Era come attaccarsi alle storie dei nonni quando in TV non c'è niente di interessante.
Il blues non aveva piú un posto ne ragione di essere al di fuori di qualche appassionato.

Ma all'inizio dei 90s tutto questo stava finendo, tornavano lampi di rock; tanta musica da sentire e comprare era sugli scaffali.
In quei giorni investire vecchie lire su un tale che si faceva chiamare "Jon Spencer Blues Explosion", chitarrista e pure americano, era una scommessa. Che non facemmo subito.
Quel nome fece credere a molti ad un altro nipote elettrico degli avi cresciuti nei campi di cotone del Mississippi, non era desiderato.
Ci vollero un paio di amanti del blues delusi che riportarono i CD indietro e un po' di passaparola dagli amici che vivevano negli States per convincere alcune orecchie d'avanguardia a prestarsi ad andar oltre il pregiudizio per scoprire cosa suonasse dentro quei CD abbandonati nel settore usato/Blues o aspettare di trovare l'unica copia da affittare da Rentún.

Fu una scoperta (almeno per me dovuta all'acume della vecchia RadioRock e al suo mentore Prince Faster) e trovai subito in quel sound germogli di una rinascita, ma non del Blues.
Era il 1990, New York è troppo lontana dalla Louisiana, e ancor di piú da Seattle. La California e LA sono da sempre rivali delle avanguardie.
Nella musica di Jon Spencer Blues Explosion si rinnovava qualcos'altro, si rinnovava il rock'n'roll. La sua filosofia prima ancora che la sua armonia.
Del Blues (proprio come il rock'n'roll dell'etá d'oro) si prendeva lo spirito ma il tutto si mescolava ad una musica anarchica in una formazione ancor piú anarchica.

Jon Spencer voce e chitarra.
Judah Bauer alla seconda chitarra
Russell Simins alla batteria.

Tutto qui, due chitarre e una batteria, via il basso, nemmeno ipotizzate le tastiere.
Rock'n'roll, qualche venatura funk e via in tour. Distorsione, grida e tanto sudore.

Dopo un debutto introvabile "Crypt style" (1992) e, sembra, arduo da ascoltare, fatto di suoni scomposti e urla sconnesse, il primo omonimo album del 1992 fece conoscere il gruppo negli states e gli procuro' un discreto seguito. Ma fu solo l'album successivo che fece breccia oltreoceano. Si chiamava "Extra Width" era il 93 e conteneva un brano "Afro" con un riff funkeggiante e un drumming accattivante che rimaneva in testa dopo il primo ascolto.

Il trio inizió praticamente il suo tour infinito che aumentó il suo seguito e il seguito di curiosi che ancora non avevano potuto seguirli.
Le voci sulle loro esplosive performance live diventavano leggenda e si dimostravano semplice realtá a chi poteva ascoltarle.
Il solito Steve Albini fiutó il talento e produsse parte della musica del gruppo.
Uscًí "Orange" (1994) e si riveló un manifesto, un album che concentra il meglio della Blues Explosion dei primi anni novanta. (Che la band suonerá per la prima volta in integrale a Londra il prossimo autunno).
Segue "Now I got worry" (1996) che è forse il miglior esempio del tentativo di trasferire su CD l'incontenibile energia dei loro live.
"Acme" (1998) seguí ad un incomprensibile album di remixes "Experimental Remixes" (1997) in collaborazione con membri dei Beastie Boys, e si muove su territori nuovi e meno esplorati, resta un gran bel lavoro, molto interessante, ma la band si spinse troppo oltre nell'opera di decostruzione-ricostruzione con Acme plus (1999) un album di nuove tracce poco riuscito. C'è una lunga pausa, inizio di un declino creativo, i nineties finiscono e il nuovo decennio sta lanciando un nuovo "garage-rock" che bersaglia il panorama presente dai posti piú sperduti del globo.
Dalla cara vecchia america gruppi di adolescenti tirano fuori un suono British (Strokes), la stupefacente crescita del rock'n'roll di scandinavo passaporto (Hives, Hellacopters) spiazza le major, le influenze globalizzanti della rete che tutto mescola e tutto frigge in un prodotto che include etno e rock'n'roll, blues e hip-hop. Jon Spencer deve reinventarsi.
Prova prima seguendo la via piú semplice, il ritorno al passato, con "Plastic Fang" (2002) si cercano i riff di "Extra width" e l'energia di Orange ma 10 anni non si possono ignorare. E la concorrenza si fa acerba, sporca. Dalla loro New York una donna capeggia un nuovo trio, senza basso, si fanno chiamare Yeah Yeah Yeahs e sono predetti "the next big thing", apriranno i concerti di Jon Spencer nel 1992.
Da una periferia della musica americana come Detroit, intanto, un duo vestito di bianco, rosso e nero si aggrappa al loro suond. Ancora una volta senza il supporto del basso, un tale Jack White riprende le sonoritá di Jon Spencer le mescola ad una grande personalitá, un fiuto per la melodia pop e soprattutto un immagine perfetta che si incorona di una enigmatica batterista. "The White Stripes" impiegano poco ad occupare la scena sotto i riflettori della celebritá. Potere di una donna (mediocre) batterista, un (creativo) chitarrista, qualche furbo riff e quell'immagine genialmente costruita. La cara Blues Explosion ora è definitivamente relegata a cult band.

Jon Spencer crede nella musica, nella sua musica e si diverte. Avrebbe amato il successo planetario ma non disdegna il piacere di suonare e rilancia con un umiltá esemplare.
Tolto democraticamente il suo nome da quello della band, che oggi si fa chiamare semplicemente "Blues Explosion", lascia la Mute records e nel 2004 esce con un eccellente album dal titolo significativo "Damage" dove si mescola il sound inconfondibile di sempre con ritmi urban e testi politicamente impegnati e via nuovamente in tour. Senza smanie di star, per il semplice piacere di suonare, per loro, per i vecchi fan e per cercarne di nuovi.

La Blues Explosion dal 2004 gira il mondo in tour per presentare l'album, in piú partecipa a Londra al festival indipendente "All tomorrow parties" e aprirá i concerti per il tour inglese degli Svedesi Hives.
Si proprio loro, i paladini del nuovo garage rock scandinavo che fanno impazzire orde di adolescenti, possono vantare di avere un certo Jon Spencer (8 album e 15 anni di carriera alle spalle) ad aprirgli il concerto.
Gli adolescenti non sanno nemmeno chi sia questo tizio e, proprio come 13 anni fa, quella parola "blues" nel nome della band ricorda racconti del nonno e spinge ad una pinta in piú al fresco del bar, si conservano le energie per gli Hives.
Ma la musica dal palco si diffonde nel bar e il sound che arriva non è cosi bluesy.
Una nuova generazione di giovani è disposta a prestare un orecchio a questo quarantenne di New York. La sala si riempie.
Jon Spencer sa come tenerla accesa, è un instancabile frontman, al buio quasi completo salta, suda, cade in ginocchio si alza, cerca il batterista, improvvisa assoli, recita sermoni incomprensibili per ritornare alle urla primordiali.
Nella batteria instancabile non c'è traccia delle 12 battute del blues, il basso non c'è e basta.
Judah Bauer alla seconda chitarra è il perfetto contrappunto alla anarchica genialitá di Jon e dopo 45 minuti il pubblico è conquistato.
Il giorno dopo nei negozi di musica il catalogo della Blues Explosion è in saldo, vedo vari diciottenni in fila alla cassa ad investire il loro CD settimanale nel buon sano rock'n'roll. Suonato con lo spirito del Blues.