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MANIC STREET PREACHERS
di Valerio Berdini
La Gran Bretagna per quanto strano possa sembrare è sempre stata una nazione peculiare nelle tendenze musicali. Se è vero che condivide e si disputa con i cugini americani la lingua del rock, inteso come unicum, è vero anche che è ossessiva nel bisogno di classificare, inquadrare, sottoelencare tutti i prodotti in contenitori (quasi) stagni.
Un approccio rassicurante per il consumatore, che non rischia di incombere in qualcosa che non apprezzerebbe, non perde tempo per trovare quello che cerca.
Chi ha visitato un megastore di Londra o Manchester, ha notato la facilità con cui ci si orienta e la velocità con cui ci si ritrova circondati dalla musica che piace.
Pop, metal, classic, mainstream rock, punk, country & folk, world, soul and R&B, dance-elettronica, easy listening, indie, jazz, blues, urban & hip-hop.
Ce n’è veramente per tutti i gusti, ad ognuno il suo reparto. Questo è il pro; se si ha paura di sperimentare state certi che il disco accanto al vostro preferito è difficile che vi deluderà.
Il contro è che chi non si vuole affossare sullo stesso giro armonico o sulla stessa base ritmica, ha difficoltà a capire dove andare a scoprire qualcosa di nuovo.

Queste tendenze, oggi, sono alimentate dalle varie riviste musicali, ognuna spinge il genere che gli porta lettori, “globalizzando” il consumatore di una nicchia, non solo sulla musica, ma in tutto quello che rappresenta la sua vita. Dall’abbigliamento alle scarpe, dalle letture al trucco, dal taglio dei capelli all’uso dei colori.
Potete sicuramente riconoscere passeggiando per Glasgow il fan dei ritmi urban, il seguace dell’art rock, chi insegue i suoni duri e i volumi elevati, chi è per il pop siliconato, chi ondeggia ai ritmi electrodance. Tutto questo senza ascoltare una nota di quelle che suonano nei loro iPod bianchi, unico gadget in comune di questa nuova generazione hi-tech.

Perché questa disquisizione? Perché da questo sistema monolitico, raramente escono fenomeni trasversali, molto raramente questi artisti mettono anche d’accordo queste diverse "gangs".
Le bands che amalgamano senza disperdersi ne perdersi, sono pochissime. E scomode.

La band che nel Regno Unito racchiude tutto questo, porta avanti un discorso coerente da oltre 15 anni che erompe in memorabili performance live, conserva oltre alla coerenza un seguito invidiabile e invidiato si chiama: Manic Street Preachers.
Purtroppo in Italia e non solo, sono poco noti, vale la pena soffermarcisi. Fidatevi.

Nati e orgogliosi delle loro origini popolari, Gallesi, I Manics (così li chiamano i fans) si formano alla fine degli anni 80 e si cominciano a far notare subito con concerti esplosivi in cui riportano sul palco l’energia del punk, una colta retorica politica, abilità tecnica e un’invidiabile vena melodica.
In un Inghilterra conservatrice trendy e “new-romantic”, l’arrivo di quattro ragazzi, dirompenti nel suono, con gli occhi sottolineati dall’eyeliner nero e i testi che attaccavano le grandi banche ("nat west-barclays-midlands-lloyds"), la monarchia ("repeat"), l’apatia giovanile ("motorcycle emptiness") si fece notare per l'originale contrasto e si portò subito dietro un gruppo di fedeli fans.
Per gli addetti ai lavori è difficile classificarli, chi li accorpa con il Brit-pop dall’ambiguo messaggio sessuale (assieme a tutti gli artisti post-Bowie dai Roxy Music agli Suede) non riesce a farsi tornare il brutale attacco politico al sistema capitalista. Chi li potrebbe mettere tra le band politiche non può perdonargli la loro leggerezza pop.
Chi vede un immagine "dark" non riesce a combaciare la loro musica (e la "Les Paul" bianca di James Dean) con quel genere. È un bel grattacapo, ma non per il pubblico, che viene subito affascinato da questo mix, frullato, riassemblato, riuscito.

La prima immagine della band ruota intorno a Richey Edwards, il chitarrista che si fece notare incidendosi su un braccio con un coltello “4 real” durante un’intervista. Nichilista, nero e decadente, è lui l’autore dei testi più cupi, introspettivi del primo periodo.
Nicky Wire, bassista, è il suo perfetto alter ego. Esibizionista, truccato e vestito da donna, kitsch nei suoi cappotti leopardati indossati sopra divise militari (o viceversa!), avvolto da boa di piume, occhialoni da sole. Mescola la passione per lo sport a quella per l’arte contemporanea (l’artista Jeremy Deller ben prima di vincere il prestigioso Turner Prize dedicò uno dei suoi lavori ai fans dei Manic Street Preachers). La politica più aspra alla leggerezza adolescenziale. L'ambiguità sessuale alla parodia militare.
Con Richard è autore dei testi, i suoi più politici, graffiano e fanno riflettere.
Se Richey e Nicky formano l’immagine dei Manics e ne scrivono la filosofia, James Dean Bradfield ne impersonifica la passione. Lui è il cuore della band (nonché cantante e lead guitarist). James compone le musiche che, con il supporto puntuale del batterista Sean Moore, caratterizzano il suono della band. L’amore per i Clash e i Guns’n’Roses, negli anni dell'esplosione del Seattle-sound e del Brit-pop. Tutto questo, filtrato attraverso un’intellettualizzazione data da una cultura di alto livello ma di estrazione proletaria, diventa il marchio del suono dei Manics.
Questa miscela tenera e incandescente, dopo qualche singolo autoprodotto e un EP, nel 1992 produsse l’album d’esordio. “Generation Terrorist” è un audace doppio lavoro che in 18 incandescenti tracce sbaraglia l’edonismo degli anni 80 con squarci punk. Premonitore, è un album che allerta le nuove generazioni non ancora preparate all’avvento del capitalismo globalizzante. Segue un tour che raggiungerà il Giappone durante il quale i quattro comporranno la loro seconda fatica, “Gold against the soul” (1993) un lavoro meno viscerale del primo, più studiato, più "prodotto" anche più debole in alcuni passaggi che musicalmente avanza verso un rock da arena.
Se è vero che al terzo album si riconoscono i grandi artisti, I Manics centrarono il bersaglio. Richey dopo aver passato alcuni mesi in una clinica per uscire da depressione, anoressia e addictions varie rientra nella band e porta con se una collezione di testi che si riveleranno i più brutali, political incorrect, diretti, scomodi di tutta la musica degli anni novanta. Probabilmente solo il primo lavoro dei Rage against the machine, riuscì a veicolare rabbia e protesta in un modo così avvincente.
Dal titolo “The Holy Bible” (1995) alla copertina, un dipinto di una donna obesa di Jenny Saville (ennesimo omaggio della band al loro amore per l'arte, l’allora poco nota Saville oggi, come Deller, è una delle artiste più quotate sul mercato) l’album è concepito per colpire, stordire. In 13 tracce si schiude tutta la potenza nichilista del capolavoro dei Manics, il testamento di Richey. I titoli rendono parzialmente l’idea, la musica va ascoltata, I testi letti. “IF WHITE AMERICA TOLD THE TRUTH FOR ONE DAY ITS WORLD WOULD FALL APART” (Se la bianca America dicesse la verità per un giorno il suo mondo crollerebbe), e poi “She is suffering”, “Archives of pain” e ancora “Revol”, e poi canzoni su aborto, genocidio nazista, anoressia ("4st 7lb") e così avanti. Il tour inglese che anticipò l’uscita dell’album si concluse con una leggendaria serata all’Astoria a Londra, la band al termine del concerto distrusse 10.000 sterline di strumenti e amplificatori prima di lasciare il palco.
Fu l’ultimo concerto dei quattro Manic insieme.

Giorni prima di partire per il tour americano, Richey Edwards sparì. Due settimane dopo la sua macchina fu trovata su un ponte. Il buonsenso fece pensare tutti ad un suicidio, ma il suo corpo non è mai stato trovato, i fans lo pensano ancora vivo e fuggito dal mondo che non riusciva a sostenere. Chi lo avvista a Goa, chi in Inghilterra, la polizia non ha mai archiviato il caso, i tre Manics versano ancora le royalties sul suo conto.
Il rock si alimenta con le sue leggende, ma il primo periodo dei Manic Street Preachers si concluse quel giorno.

Due anni difficili seguirono nei quali la band decise di continuare in trio. È una seconda primavera. L’attesissimo nuovo album “Everything must go” (1996), paradossalmente si rivelerà il loro lavoro più ottimista. Cinque brani contengono testi lasciati da Richey, gli altri escono dalla penna di Nicky.
Intendiamoci, non c’è un drastico cambiamento sulla impostazione musicale come fu, ad esempio, nella transizione Joy division/New order ma il sound si addolcisce.
Nicky autore dei testi è autore pungente ma propositivo, costruttivo e James costruisce un suono fatto di riff, hook, che trasformano le nuove canzoni in inni cantabili del nuovo rock. Se i primi Manics si garantirono il seguito devoto di una generazione decadente in cerca del suo nulla, “I know I believe in nothing but it is my nothing” uno dei loro primi slogan, le nuove canzoni attraggono il grande pubblico. Dagli amanti del rock classico, alle adolescenti identificate nelle perline e nel trucco di Nicky, per i Manics il successo è crescente. Seconda posizione nella classifica inglese, tour, Glanstonbury e meno di due anni dopo un altro gran bel lavoro “This is my truth tell me yours” (1998) che guidato dal singolo “if you tolerate this your children will be next” raggiunge le vette della classifica e vince il Mercury Prize come miglior Album. I Manics si godono la gloria, sembrano aver superato ma mai dimenticato il fantasma di Richey, e non cercano più il successo americano, anzi continuano a colpire a colpi di note il "paese del male".
Dopo un concerto di fine millennio nella loro Cardiff, la notte del 31 dicembre 1999, i Manic lavorano al nuovo album che definisce la rottura con gli States.

Nel 2001, prima band occidentale, presentano l'album con un concerto a Cuba, al Karl Marx theatre davanti a Fidel Castro che dichiarò il loro spettacolo "louder than war".
“The masses against classes”, “Take the skinheads bowling” sono classici dal vivo. Un socialismo marxista, antiamericano e antifascista è il messaggio veicolato dalla loro musica (chi altro ha il coraggio di farlo oggi?).
“Know your enemy” (2001) è il loro sesto album, un doppio lavoro, non completamente riuscito, con venature elettroniche ("Miss Europa disco dancer") e coretti pop, ma efficace con alcune gemme ("find that soul") e ancora richiami politici ("baby elian" dedicata al bambino cubano al centro della cronaca nel 2000).
Il nuovo Millennio accoglie i Manics, in tutto il Regno Unito sono popolari come sempre, seguiti da un pubblico che non resta deluso, i loro concerti coinvolgono con una passione invidiabile. Discograficamente escono ancora un Greatest hits (Forever Delayed) (2003) e una collezione di B-sides e covers (Lipstick traces) (2004), e poi alla fine del 2004 un nuovo lavoro in studio, “Lifeblood” che ottiene un buon successo commerciale (il singolo “The love of Richard Nixon” è il loro primo number one in 5 anni) e riporta la band guidata da un ottimo Nicky Wire alle sonorità della fine dei 90s.
Nel 2005 la Special Edition di “The Holy Bible” a celebrarne il decimo anniversario, porta i Manics in un tour intimo dove rivisiterà i classici di sempre.

Una storia di musica e passione, politica e spettacolo, rivoluzione e retorica, propaganda e esibizionismo fanno dei Manics una delle più interessanti realtà della musica anglosassone degli anni ’90. Fuori dal coro, scomoda al mainstream per un messaggio politico troppo radicale, scomoda alla politica radicale troppo vincolata all’immagine del militante arrabbiato che non può divertirsi.
Il mix dei Manic sa prendere il cuore del pubblico che non si fa omologare.
Purtroppo la scomparsa di Richey sull’orlo del successo spezzò la possibilità di allargare il seguito all’America e quindi al mondo, ma per chi non lo ha ancora fatto, i Manic Street Preachers restano un tesoro musicale tutto da scoprire, l’età non pesa sulle loro sonorità e i testi sono attuali oggi come allora.
Chi ama l’ottimo rock, l’impegno politico, l’arte contemporanea, la frivolezza pop, gli assoli di chitarra, l'emancipazione sessuale e lo spettacolo può trovare un nuovo amore. Una band trasversale che si impregna di tutte le contraddizioni del mondo moderno, le elabora e le consegna al pubblico in una miscela che dal vivo diventa imperdibile.

Il sito ufficiale: www.manics.co.uk
Un ottimo sito per entrare nella filosofia della band: www.manics.nl