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PATTI SMITH
di aNDY & Valerio |
Valerio) Cambridge. Parto per Rough Trade con l'idea di trovare il primo album dei National o l'unico di Patrick Watson. Sono proiettato nel presente. Audley End. Lo shuffle dell'ipod sceglie un pezzo dei Television e in un paio di passaggi i neuroni mi connettono a Patti Smith. Totthenam Hale. Prendono forma i miei pensieri su questo pezzo da scrivere su di lei. Liverpool Street... Sono in ritardo, AndyCandy e Co. mi aspettano, dietro ad un caffè già intuisco si confronteranno visioni non sempre parallele. (Andy) Barbican. Ripenso alla cassetta per lo stereo della macchina dedicata a Patti Smith; si fermava al periodo storico-mitologico, ossia fino a Wave. Moorgate. Novanta minuti commoventi, torcibudella, catartici; una delle mie antologie preferite. Liverpool Street. Per densità forse addirittura la mia cassetta monotematica preferita. Aldgate... Una breve camminata e siamo dentro Rough Trade, dove abbiamo deciso di girovagare e raccontarci, io e Valerio, le nostre Patti Smith. Una brodaglia calda per riprendermi dal freddo becco, ci sediamo. Si comincia. (V.) L'apertura in cui i suoi versi ("Jesus died for somebody's sins but not mine…") reinterpretano "Gloria di Van Morrison resta, per me, insuperata tra le migliaia di album che ho sentito fino ad oggi. (A.) In effetti si potrebbe dire, con una punta di cinica civetteria, che sia il vertice dell'opus smithiana! Probabilmente con l'esordio di Patti Smith il rock per l'ultima volta ha creduto (oddio, credo sia più preciso dire: si è illuso) davvero di essere virginale, ognuno dia a questo termine il significato che preferisce, e si rimane ammutoliti di fronte alla veemenza verbale con cui questo integralismo viene proposto. (V.) Ma non finisce lì, anzi, musicalmente è un crescendo. Abbandonata la semplicità strutturale del brano di Van Morrison ci si sposta su territori piu' complessi dove le canzoni perdono lo schema classico per trovare una forma free che possa adattarsi alle poesie che Patti canta. La band, guidata dalla fida chitarra di Lenny Kaye accompagna, semplice e coesa, i suoi versi. (A.) Mah, Horses sarà un'icona come poche per l'effetto deflagrante che ebbe, così recitano i testi sacri, bisognava starci per poterlo davvero sottoscrivere, e le liriche saranno tra le poche a meritare l'attribuzione di poesia in ambito pop/rock, e con questa solfa della poesia ci andrei cauto, ma musicalmente non è che si vada molto oltre la funzione di accompagnamento, il che venendo dal panorama tronfio e/o loffio di gran parte del rock dei primi settanta era comunque una scelta di campo non da poco! Decontestualizzato, Horses, ribadisco, è un po' troppo musicalmente timido e basato sulla capacità della Smith di essere intensa nella interpretazione… che Patti si riveli una fuoriclasse assoluta è pacifico, che si senta la stretta derivazione da letture in pubblico pure. I brani del disco seguono in pratica due direttive: i rock'n'roll hanno tutti la stessa caratteristica da cavalcata a briglia sciolta, i lenti sono voce/piano da reading e il jolly è un reggae scheletrico come Redondo Beach. Assai diffuso un retrogusto Blue Oyster Cult (gli amanti del gossip immagineranno il perchè). Un ascolto tra picchi vertiginosi e riempitivi. (V.) Io credo invece che il disco sia un crescendo culminante nei 9 minuti di Land, trittico dove mescola la sua passione per Rimbaud, la ritmica della poesia beat, l'amore per il rock piu' classico. Con il perverso desiderio di distruggerlo, consapevole che sara' l'unico modo per farlo vivere. L'album si chiude con Elegie, dove Patti fotografa la sua fatica. Era il 1975, il rock non sara' piu' lo stesso. Nemmeno Patti Smith. "I just don't know what to do tonight, My head is aching as I drink and breathe" (Elegie). (A.) Sono d'accordo con te su un punto: Horses è un punto zero, soprattutto concettuale; da lì si riparte. Il seguente, febbricitante, "Radio Ethiopia, invece, è per me l'uragano che fa tabula rasa, stordendo per la densità del connubio cantato-suonato, ed è quello che mi ha sempre più colpito in profondità, col gruppo che si rivela pietra angolare della nuova rivoluzione estetico-musicale che sta montando. Horses era a nome Patti Smith, Radio Ethiopia a nome Patti Smith Group e la differenza si sente eccome! (V.) Forse è proprio questo, Radio Ethiopia è un album di una band, ma non sono così convinto che sia sempre un bene. Horses è omogeneo perchè senza compromessi, è Patti e basta. Se stessa e la sua poesia. La poesia non può essere condivisa. Radio Ethiopia, con l'impossibile ruolo di succedere a tale pietra miliare, sembra cercare aiuto dalla parte sbagliata, la band. Mi è sempre suonato come un lavoro indeciso dove le sue composizioni come la geniale Pissing In A River finiscono per intervallarsi con canzoni rock. (A.) Ma è proprio questo il punto. Comincia con uno specchietto per le allodole, il rock'n'roll "incazzato da salotto" di Ask The Angels, e finisce in una epilessia delirante e fantasmagorica, Radio Ethiopia/Abyssinia, come diversi dischi epocali: Funhouse, White Light White Heat, Suicide. Il reggae'n'roll rallentato e apocalitico di Ain't It Strange è dominato da una performance vocale impressionante così come Pissing In The River, dove l'idea del rock come alto e basso, cultura e fruizione trova un magico incastro. Peccato per qualche calo di tensione qua e là ma davvero un album emozionalmente magmatico. E non una lettura in pubblico musicata. (V.) Comincia con un pezzo rock, e finisce con un delirio, d'accordo. Ma in mezzo il magma più che caos costruttivo resta un po' un "caos in embrione". Lo trovo un album in bilico tra la poetica del primo lavoro e le canzoni rock. Ma è un equilibrio instabile, che si bilancerà nel successivo Easter, dove Patti trova una vena creativa efficace uscendo dal ruolo di poetessa e scoprendosi ottima songwriter. Anche se, per me, è l'ultima volta. (A.) In effetti con Easter appaiono le canzoni in senso stretto tra le quali spiccano per pathos ed appeal Because The Night e per acuminatezza Till Victory, Rock'n Roll Nigger e Privilege (Set Me Free). Il rock del Patti Smith Group si è arrotondato, non saprei come dire, non è una questione di ammorbidimento, è più centrato. Senza farla lunga: disco magnifico, una nuova classicità è finalmente nata a New York, romantica senza romanticherie. (Valerio) E su Easter mi sembra che ci mettiamo d'accordo. Anche se non lo considero il disco più importante di Patti Smith è il disco in cui è riuscita a trovare una foce per i suoi fiumi di parole, le canzoni. Da notare che con Patti forzata ad un anno di stop per una caduta, siamo arrivati al 1978. Tre anni in cui il panorama rock è cambiato con una velocita' irrefrenabile. La scelta di passare da John Cale a Bruce Springsteen alla produzione, è il segnale più limpido della direzione presa da Patti Smith. Il CBGB è un ricordo fumoso e angusto, Patti ha scelto spazi di americane dimensioni. (A.) Ed infatti arriva palese l'ammorbidimento nelle strutture di Wave, album solido con baricentro alcune splendide canzoni: Citizen Ship, Dancing Barefoot e la dedica al marito, la leggenda Fred “Sonic” Smith, Frederick (che ricorda Goin’ Bye della Sonic’s Rendezvous Band). Cosa sia diventata e cosa non voleva diventare Patti Smith lo dice la felice scelta della cover byrdsiana So You Want To Be A Rock’n’roll Star. Il rock “ecumenico” di Bad Language pone il sigillo alla prima fase e sancisce la calata del sipario e della qualità. (V.) Per quanto mi riguarda si è incanalata in un vicolo cieco. Non credo di aver sentito Wave più di una volta; lo stop decennale che ne è seguito ha lasciato Patti al suo mondo privato, in cui io ammetto di non essere mai entrato. (A.) Anche io di Dream Of Life conosco solo People Have The Power ma ricordo che all’epoca sentii la sua uscita come un tradimento. E non l’ho mai praticato. Qualche riuscita canzone tonante anche nel secondo ritorno di Gone Again, la dolente title track e la malinconicamente sbarazzina (?!) Summer Cannibals, in un album “niente de che” anzi qua e là anche un po’ lagnoso attorcigliato attorno a un genere musicale che si potrebbe definire tranquillamente amerikana. Il problema è che ora è lei un classico acclarato. E non brucia più. Di tutto il resto non so. (V.) Qualcosa di più del resto so io, ma non molto. Incuriosito dalle tematiche pacifiste, ma soprattutto sfruttando un'offerta da 3£, presi Trampin', che è un disco politicamente onesto ma musicalmente appena sufficiente. Patti ritrova la sua band, e cerca di ricreare la struttura di Radio Ethiopia con alternarsi di canzoni, versi e improvvisazioni che culminano, guarda caso, in Radio Baghdad, forse il pezzo più interessante, ma sicuramente non l'album da cui cominciare a scoprirla. A giugno 2005, invece a Patti Smith vien dato l'incarico di curare il Meltdown festival di Londra. Per la prima volta decide di eseguire integrale Horses (anche se alla fine ha dimenticato Elegie!). La band allargata che la supporta, oltre ai fedeli Kaye e Daugherty, ritrova la chitarra di Tom Verlaine e al basso (in alcuni brani alla tromba) il Red Hot, Flea. Curiosamente John Cale, che aprì il concerto, non è intervenuto. Tutto risplende nella Royal Festival Hall, il concerto registrato e' pubblicato nella special edition per il trentennale di Horses, inclusa una versione di Elegie che sicuramente non e' stata presa da quella serata. Misteri della postproduzione! Una bella serata ma, sarà un caso?, una serata tutta imperniata su Horses, e il serpente si è morso la coda. (A.) L'hai vista recentemente a Cambridge e non mi pare ti abbia fatto una grande impressione. (V.) No, non del tutto. Dopo l'uscita dell'album di cover, Twelve, il tour è un magma confuso di brani sconnessi, sia musicalmente che storicamente, e nonostante il suo carisma, non sempre si tengono insieme. Alcuni spiccano su altri, a memoria una roboante versione di Gimmie Shelter e una emozionante di Perfect Day competono con l'immarcescibile Gloria e la trionfante Because the Night per il momento migliore della serata, ma Smells like teen spirit ha perso ogni profumo, Soul Kitchen non ha anima e Are you Experienced? è la conferma che reinterpretare Jimi Hendrix e' inutile. (A.) Io invece ho assistito al concerto del 96 al Centralino del Tennis, il tour di Gone Again. Fu un bel concerto con una band pazzesca (non vorrei dire una cazzata, assai probabile!!!, credo ci fosse addirittura Tom Verlaine!!!) ma la magia, commovente, torcibudella, catartica … beh … quella non ci fu. (Valerio) Essendo stato con lei nel 2005, non mi stupirei che Verlaine fosse accanto a lei nel 1996. Tutto questo conferma che dal vivo un concerto di Patti Smith è, ancora oggi, un terno al lotto. Da studio sono molto piu' sereno su cosa consigliare, sostanzialmente i primi 3 album invertendo i gradini bassi del podio: "Horses", "Easter" e "Radio Ethiopia". (A.) Per me: "Radio Ethiopia" ed "Easter" di una spanna su "Horses". Quando recita/canta soprattutto nei primi quattro dischi si mette in moto una parte molto profonda del mio cuore. Prescindendo da quello che dice, solo per come lo dice; sta lì ancora oggi la sua gigantesca grandezza. |
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